Spazio di divulgazione di conoscenze, idee e insegnamento di sanscrito e civiltà indiana, con allargamenti all'ambito indoeuropeo e al confronto con altre civiltà
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mercoledì 8 dicembre 2010
L'ardore e la storia
domenica 17 ottobre 2010
La cerimonia d'apertura dei giochi del Commonwealth Delhi 2010 - Yoga, religioni e India moderna
Nel seguito della cerimonia, si dà un saggio di varie posizioni yoga (asana) con uno sfondo di mantra, tra cui l'antichissimo e ancora popolarissimo Gāyatrī Mantra. Impressionante l'immagine dell'uomo di luce con i diversi Chakra ('ruote' o centri psichici del 'corpo sottile') associati nella tradizione tantrica a corolle di determinati colori e numeri di petali, e a 'sillabe-seme' che troviamo qui scritte in Devanāgarī: Laṃ su rosso per il Mūlādhāra (perineo), Vaṃ su arancione per lo Svādhiṣṭhāna (base della colonna vertebrale), Raṃ su giallo per il Maṇipūra (ombelico), Yaṃ su verde per l'Anāhata (cuore), Haṃ su blu per il Viśuddha (gola), Oṃ su indaco per l'Ājñā (spazio tra le sopracciglia), Oṃ su viola per il Sahasrāra (cima del capo).
Dopo questa celebrazione della tradizione yoga, abbiamo una sequenza sulle grandi religioni che si trovano in India, con foto degli edifici sacri e canti caratteristici: prima l'Induismo, poi il Buddhismo, quindi l'Islam, poi il Cristianesimo, il Sikhismo e, apparentemente, i culti animisti con alcune danze tribali. Appare quindi il treno delle Indian Railways, con una miscela intesa a rappresentare l'India contemporanea: un ballerino bollywoodiano e un sādhu, bracciali e teiere, biciclette e sagome di attori, il nuovo simbolo della rupia e la stella a sei punte associata a Durgā, la dea dell'energia cosmica (śakti).
Dopo questa celebrazione della tradizione yoga, abbiamo una sequenza sulle grandi religioni che si trovano in India, con foto degli edifici sacri e canti caratteristici: prima l'Induismo, poi il Buddhismo, quindi l'Islam, poi il Cristianesimo, il Sikhismo e, apparentemente, i culti animisti con alcune danze tribali. Appare quindi il treno delle Indian Railways, con una miscela intesa a rappresentare l'India contemporanea: un ballerino bollywoodiano e un sādhu, bracciali e teiere, biciclette e sagome di attori, il nuovo simbolo della rupia e la stella a sei punte associata a Durgā, la dea dell'energia cosmica (śakti).
mercoledì 18 agosto 2010
La rinascita di Nalanda
Nalanda è uno dei luoghi simbolo della storia dell'India, e dell'Asia intera. Fu forse il centro più internazionale dell'India antica, attivo almeno dal V al XII secolo. Produsse filosofia raffinatissima, capace di parlare ancora all'uomo contemporaneo, e che per certi aspetti è molto più attuale di tanta filosofia occidentale dopo la crisi della metafisica.
Vi si sviluppò infatti la scuola buddhista Madhyamika o della Via di Mezzo, che sostiene la relatività di tutti i concetti convenzionali, e la vacuità di un'esistenza intrinseca, indipendente e oggettiva dei fenomeni (nozione che ha interessato anche la fisica contemporanea). Un'altra scuola che vi fu coltivata fu quella Cittamatra, che sosteneva che tutta la realtà è della natura della mente o coscienza, proponendo la prima forma di idealismo della storia, più di mille anni prima di Berkeley, Fichte o Hegel. A questa scuola apparteneva il pellegrino cinese Xuan Zang, che studiò a Nalanda nel VII secolo e ci ha lasciato bellissime descrizioni di questa istituzione nel colmo della sua fioritura.
Una di queste fa pensare a una pittura cinese: "Le torri riccamente ornate, e le torrette simili a fate, come cime di colline, sono raccolte insieme. Gli osservatori sembrano persi tra i vapori dell'alba e le stanze superiori sovrastano le nuvole. Dalle finestre si vedono i venti e le nuvole che producono nuove forme e, sopra l'altissima grondaia, l'unione del sole e della luna. Gli stagni, profondi e trasparenti, sono ricoperti di fiori di loto blu e di fiori Kanaka dal colore rosso intenso, mentre gli ubertosi boschetti di manghi diffondono ovunque la loro ombra salutifera. Tutte le corti all'intorno, dove affacciano le stanze dei monaci, sono di quattro piani. I piani sono sottolineati da dragoni aggettanti e cornicioni colorati. Ovunque i pilastri perlacei o rossi, scolpiti e ornati, si alternano alle balaustre riccamente adorne e ai tetti rivestiti con tegole che riflettono la luce in mille sfumature. I Sangharama dell'India sono miriadi, ma questo è il più importante per bellezza e altezza."
Per entrare a Nalanda, bisognava sostenere dei dibattiti di fronte ai 'guardiani delle porte', monaci particolarmente eruditi, e pare che su 10 candidati passassero solo 2 o 3. Xuan Zang così descrive lo svolgersi di corsi e dibattiti: "La giornata intera non è sufficiente a porre quesiti profondi e a rispondervi. Sono occupati nelle discussioni dalla mattina alla sera; gli anziani e i giovani si aiutano l'un l'altro... uomini di cultura, che desiderano acquisire velocemente fama nelle discussioni, vengono in questo luogo da città lontane per risolvere i propri dubbi e permettere al flusso della loro saggezza di dispiegarsi pienamente."
I monaci studiavano le varie scuole del Buddhismo, i testi sacri buddhisti, i Veda, le Upaniṣad, i Purāṇa, la filosofia Vedānta e Saṃkhya, la logica, la grammatica sanscrita, la legge, la medicina, la matematica, l'astronomia, l'astrologia, la magia, le belle arti, il tiro con l'arco, la danza e la musica (informazioni e citazioni tratte da M.L. Di Mattia, Una grande università, nell'enciclopedia Il Buddha, i Luoghi); e dalla biografia di S.H. Wriggings, Xuanzang. Un pellegrino buddhista sulla Via della Seta).
L'università, con la sua biblioteca, subì dei devastanti attacchi con l'arrivo dei conquistatori turco-afghani, in particolare Muhammad Khalji bin Bakhtyar nel 1193, ma la sua fine arrivò secoli dopo, visto che nel 1400 risulta ancora funzionante (http://en.wikipedia.org/wiki/Nalanda#Decline_and_end, confronta anche le interessanti considerazioni critiche, che cercano di ridimensionare iul ruolo distruttivo dell'Islam, di Elverskog, Buddhism and Islam on the Silk Road). Pare anche che la distruzione della biblioteca fu provocata in un'occasione da seguaci del brahmanesimo in seguito a un sacrificio del fuoco (vedi Dwivedi, Evolution of Education Thought, pp.157-8). Possiamo immaginare l'indifferenza o l'ostilità di questi guerrieri mussulmani verso un'istituzione di una religione profondamente estranea al loro modo di pensare (ammesso che ne sapessero qualcosa), che rappresentava un pericoloso centro di riferimento culturale (e di tesaurizzazione) della realtà socio-politica precedente all'arrivo del governo islamico. Si racconta che Muhammad Khalji prima di bruciare l'immensa biblioteca di Nalanda, chiese se vi fosse contenuto anche il Corano, e apprendendo che non c'era passò tranquillo all'opera di distruzione. E' un aneddoto che ricorda quello che raccontò Bar-Hebraeus della distruzione della biblioteca di Alessandria a opera degli arabi, secondo cui il generale ʿAmr ibn al-ʿĀṣ chiese al califfo Omar se dovesse distruggere la biblioteca, ricevendone la risposta che se quei libri contenevano cose già contenute nel Corano erano superflui, se contenevano cose diverse, meritavano di essere distrutti ( vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Library_of_Alexandria, cfr. le critiche e controcritiche di questo aneddoto in http://it.wikipedia.org/wiki/Biblioteca_di_Alessandria#Distruzione_della_biblioteca). E' significativo come la religione del Libro possa condurre a distruggere biblioteche (è accaduto anche nel caso del cristianesimo con il Serapeo di Alessandria) da un angolo all'altro del mondo (una discussione di questi episodi in relazione a eventi ben più recenti si può trovare in un post dello scrittore indiano Muhammad Hussain).
Questo non significa che ciò sia un corollario necessario dell'Islam, e che ogni mussulmano avrebbe condiviso tale opera di distruzione: come è noto, gli arabi studiarono i libri dei filosofi greci, e Al Biruni, intorno al 1000, aveva studiato approfonditamente la scienza e la filosofia dell'India, accennando anche alla sua componente buddhista. Celebre è anche l'hadith secondo cui il profeta Muhammad aveva detto che merita cercare la conoscenza persino in Cina...
Vi si sviluppò infatti la scuola buddhista Madhyamika o della Via di Mezzo, che sostiene la relatività di tutti i concetti convenzionali, e la vacuità di un'esistenza intrinseca, indipendente e oggettiva dei fenomeni (nozione che ha interessato anche la fisica contemporanea). Un'altra scuola che vi fu coltivata fu quella Cittamatra, che sosteneva che tutta la realtà è della natura della mente o coscienza, proponendo la prima forma di idealismo della storia, più di mille anni prima di Berkeley, Fichte o Hegel. A questa scuola apparteneva il pellegrino cinese Xuan Zang, che studiò a Nalanda nel VII secolo e ci ha lasciato bellissime descrizioni di questa istituzione nel colmo della sua fioritura.
Una di queste fa pensare a una pittura cinese: "Le torri riccamente ornate, e le torrette simili a fate, come cime di colline, sono raccolte insieme. Gli osservatori sembrano persi tra i vapori dell'alba e le stanze superiori sovrastano le nuvole. Dalle finestre si vedono i venti e le nuvole che producono nuove forme e, sopra l'altissima grondaia, l'unione del sole e della luna. Gli stagni, profondi e trasparenti, sono ricoperti di fiori di loto blu e di fiori Kanaka dal colore rosso intenso, mentre gli ubertosi boschetti di manghi diffondono ovunque la loro ombra salutifera. Tutte le corti all'intorno, dove affacciano le stanze dei monaci, sono di quattro piani. I piani sono sottolineati da dragoni aggettanti e cornicioni colorati. Ovunque i pilastri perlacei o rossi, scolpiti e ornati, si alternano alle balaustre riccamente adorne e ai tetti rivestiti con tegole che riflettono la luce in mille sfumature. I Sangharama dell'India sono miriadi, ma questo è il più importante per bellezza e altezza."
Per entrare a Nalanda, bisognava sostenere dei dibattiti di fronte ai 'guardiani delle porte', monaci particolarmente eruditi, e pare che su 10 candidati passassero solo 2 o 3. Xuan Zang così descrive lo svolgersi di corsi e dibattiti: "La giornata intera non è sufficiente a porre quesiti profondi e a rispondervi. Sono occupati nelle discussioni dalla mattina alla sera; gli anziani e i giovani si aiutano l'un l'altro... uomini di cultura, che desiderano acquisire velocemente fama nelle discussioni, vengono in questo luogo da città lontane per risolvere i propri dubbi e permettere al flusso della loro saggezza di dispiegarsi pienamente."
I monaci studiavano le varie scuole del Buddhismo, i testi sacri buddhisti, i Veda, le Upaniṣad, i Purāṇa, la filosofia Vedānta e Saṃkhya, la logica, la grammatica sanscrita, la legge, la medicina, la matematica, l'astronomia, l'astrologia, la magia, le belle arti, il tiro con l'arco, la danza e la musica (informazioni e citazioni tratte da M.L. Di Mattia, Una grande università, nell'enciclopedia Il Buddha, i Luoghi); e dalla biografia di S.H. Wriggings, Xuanzang. Un pellegrino buddhista sulla Via della Seta).
L'università, con la sua biblioteca, subì dei devastanti attacchi con l'arrivo dei conquistatori turco-afghani, in particolare Muhammad Khalji bin Bakhtyar nel 1193, ma la sua fine arrivò secoli dopo, visto che nel 1400 risulta ancora funzionante (http://en.wikipedia.org/wiki/Nalanda#Decline_and_end, confronta anche le interessanti considerazioni critiche, che cercano di ridimensionare iul ruolo distruttivo dell'Islam, di Elverskog, Buddhism and Islam on the Silk Road). Pare anche che la distruzione della biblioteca fu provocata in un'occasione da seguaci del brahmanesimo in seguito a un sacrificio del fuoco (vedi Dwivedi, Evolution of Education Thought, pp.157-8). Possiamo immaginare l'indifferenza o l'ostilità di questi guerrieri mussulmani verso un'istituzione di una religione profondamente estranea al loro modo di pensare (ammesso che ne sapessero qualcosa), che rappresentava un pericoloso centro di riferimento culturale (e di tesaurizzazione) della realtà socio-politica precedente all'arrivo del governo islamico. Si racconta che Muhammad Khalji prima di bruciare l'immensa biblioteca di Nalanda, chiese se vi fosse contenuto anche il Corano, e apprendendo che non c'era passò tranquillo all'opera di distruzione. E' un aneddoto che ricorda quello che raccontò Bar-Hebraeus della distruzione della biblioteca di Alessandria a opera degli arabi, secondo cui il generale ʿAmr ibn al-ʿĀṣ chiese al califfo Omar se dovesse distruggere la biblioteca, ricevendone la risposta che se quei libri contenevano cose già contenute nel Corano erano superflui, se contenevano cose diverse, meritavano di essere distrutti ( vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Library_of_Alexandria, cfr. le critiche e controcritiche di questo aneddoto in http://it.wikipedia.org/wiki/Biblioteca_di_Alessandria#Distruzione_della_biblioteca). E' significativo come la religione del Libro possa condurre a distruggere biblioteche (è accaduto anche nel caso del cristianesimo con il Serapeo di Alessandria) da un angolo all'altro del mondo (una discussione di questi episodi in relazione a eventi ben più recenti si può trovare in un post dello scrittore indiano Muhammad Hussain).
Questo non significa che ciò sia un corollario necessario dell'Islam, e che ogni mussulmano avrebbe condiviso tale opera di distruzione: come è noto, gli arabi studiarono i libri dei filosofi greci, e Al Biruni, intorno al 1000, aveva studiato approfonditamente la scienza e la filosofia dell'India, accennando anche alla sua componente buddhista. Celebre è anche l'hadith secondo cui il profeta Muhammad aveva detto che merita cercare la conoscenza persino in Cina...
Recentemente su Repubblica.it Bultrini ha scritto del progetto di costruire una nuova università presso le rovine di Nalanda (vedi foto), come simbolica rinascita dell'istituzione antica (www.repubblica.it/esteri/2010/08/05/news/universita_budda-6080165/?ref=HREC2-11http://).
L'idea è interessante, perché vuole costituire un istituto accademico alternativo a quelli occidentali, finanziato da Singapore, Cina, India e Giappone, ma anche probabilmente da Australia e Nuova Zelanda, che evidentemente si sentono vicini alla causa asiatica (vedi articolo del Times of India).
Un particolare suggestivo è che tale progetto pare che sia stato ideato anche dal precedente presidente dell'India, il mussulmano Abdul Kalam, particolarmente sensibile al tema dell'istruzione(http://en.wikipedia.org/wiki/Nalanda_International_University). Le materie di studio dovrebbero essere studi buddhisti, filosofia e religioni comparate; studi storici; relazioni internazionali e (scienze per la) pace; business management e sviluppo; lingue e letteratura; ecologia e studi ambientali. C'è quindi un nesso col passato tradizionale di Nalanda e un'apertura verso studi d'avanguardia molto attuali. Un singolare ibrido, che in qualche modo continua la varietà di discipline dell'antica Nalanda, anche se la sua finalità e struttura si rivelerebbe molto diversa, decisamente 'secolare' (non per nulla coinvolge anche Amartya Sen, che già voleva estromettere il Dalai Lama dal progetto), traendo dall'antica istituzione forse solo una vaga ispirazione e una patina di nobiltà, ma offrendo anche un'interessante prospettiva per lo sviluppo di una nuova cultura indiana e asiatica. Se sarà solo una copia del modello occidentale, ce lo mostrerà la sua realizzazione.
sabato 24 aprile 2010
Una nuova Accademia ateniese aperta all'India
Uno dei pochi personaggi non indiani del movimento d'opinione critico dell'invasione aria dell'India è un greco, Nicholas Kazanas, che si è formato come indologo nella SOAS di Londra e al Deccan College di Pune, ed è direttore dal 1980 di un istituto culturale di Atene che si chiama Omilos Meleton, che dovrebbe significare 'moltitudine di studi', e che è incentrato sullo studio della filosofia platonica e vedantica, ma che offre anche corsi di sanscrito, mitologia comparata ed economia politica. Ecco la home page in inglese:
C'è un settore dedicato ad articoli di filosofia, dove si trova anche un interessante confronto tra i dialoghi di Platone e le Upanishad, e un settore di indologia, ricco di articoli (anche di lettere polemiche rivolte all'immancabile Witzel) che propongono una visione nuova della protostoria dell'India e della cronologia dei Veda, maturata dopo aver scoperto che l'archeologia dell'India non mostra traccia di un'invasione aria...
martedì 5 gennaio 2010
Sanscrito. Quella lingua perfetta che ha inventato "Avatar"
Come si evince dal titolo, si mostra l'attualità del sanscrito a partire dal titolo "Avatar" dell'ultimo kolossal di Cameron. In effetti 'Avatar' è una delle parole di origine sanscrita che ha avuto più fortuna. Già usata ampiamente nel francese colto per dire 'incarnazione, metamorfosi' (spesso riferito a concetti astratti), si è affermata recentemente nel mondo virtuale come identità fittizia, una sorta appunto di emanazione dell'individuo che agisce in rete. Ed ora c'è il titolo del film di fantascienza, in un contesto di incarnazione più concreta, di ingresso in un altro corpo.
Il sanscrito Ava-tāra- significa 'discesa' o 'apparizione' di una divinità. Ava- è una preposizione che significa 'via, giù', tāra- viene dal verbo tṝ- (tarati) 'attraversare, raggiungere una meta', ed esiste anche il verbo ava-tṝ- (avatarati) 'scendere in, discendere (come divinità), incarnarsi, arrivare a, fare la propria apparizione'.
Come è noto, il concetto si applica principalmente a Vishnu, il Preservatore, e ai suoi dieci Avatāra (nell'immagine a sinistra) che appaiono per difendere il Dharma, l'ordine cosmico-sociale, ripercorrendo le varie fasi della mitologia dei Purāṇa: dal Diluvio dove agisce Matsya, il pesce che salva il progenitore Manu dalle acque, fino all'apocalittico Kalki, guerriero su un cavallo bianco che pone fine all'età degenerata del Kali Yuga in cui ci troviamo, per reinstaurare il Satya Yuga, età della virtù. Gli Avatāra più venerati in India sono certamente Rāma figlio del re Daśaratha di Ayodhyā, a cui è legato l'epos del Rāmāyaṇa, e Krishna re degli Yādava, ben presente nel Mahābhārata, e che si manifesta nel pieno della sua natura divina nella Bhagavadgīta, il 'Canto del Beato' in cui espone ad Arjuna, prima della battaglia, i principi dello Yoga.
Si tratta di due personaggi probabilmente storici, il primo vissuto intorno al 2000 a.C. (epoca che corrisponde al passaggio tra Tretā e Dvāpara Yuga) e il secondo nel XV sec. a.C., quando possiamo situare la battaglia del Mahābhārata (al passaggio tra Dvāpara e Kali Yuga) e la scomparsa sotto il mare (documentata archeologicamente) di Dvārakā, la capitale di Krishna. Apparentemente, grandi eroi, esempi viventi del Dharma, vissuti in epoche cruciali, sono stati assunti come Avatāra. Persino il Buddha, Siddhārtha Gautama del clan Shakya, fondatore di un movimento spirituale fortemente osteggiato dai brahmani conservatori, è stato assunto come Avatāra di Vishnu nei Purāṇa, evidentemente per inglobarlo nel sistema brahmanico.
Ma anche in tempi più recenti sono stati riconosciuti degli Avatāra divini, come Chaitanya, maestro della Bhakti (devozione) vissuto in Bengala a cavallo tra XV e XVI secolo, punto di riferimento degli 'Hare Krishna', oppure Ramakrishna, importante maestro spirituale del XIX secolo (vedi
http://www.eng.vedanta.ru/library/prabuddha_bharata/ramakrishna_the_greatest_of_avataras_june04.php).
O anche il contemporaneo, e ben noto, Sathya Sai Baba (http://www2.cruzio.com/~lobsta/jgm-avatar.html).
Nel passaggio dall'India all'Occidente, il termine sembra essere passato da Dio all'uomo (o all'io): infatti se in India solo il Dio supremo, o comunque una divinità, può avere Avatāra, oggi nel mondo virtuale ognuno può creare i suoi Avatar...
D'altronde, un significato meno noto del termine sanscrito avatāra- si trova nei titoli di alcune opere, come il Madhyamakāvatāra di Chandrakīrti (maestro della scuola buddhista della Via di Mezzo), che viene tradotto "Introduzione alla Via di Mezzo", intendendo evidentemente avatāra- come 'introduzione, entrata', infatti l'opera vuole essere un commento al testo di Nāgārjuna sulla Via di Mezzo (tra eternalismo e nichilismo) (http://www.scribd.com/doc/24563026/Chandrakirti-Madhyamakavatara-commented).
O ancora un'altra opera della stessa scuola, il Bodhisattvachāryāvatāra di Shāntideva, "Introduzione alla pratica dell'essere del risveglio", più noto in ambito accademico come Bodhicāryāvatāra "Introduzione alla pratica del risveglio", trattato che spiega come sviluppare le qualità di un Bodhisattva, un aspirante al completo risveglio spirituale (una traduzione italiana a http://www.samantabhadra.org/articles.php?lng=it&pg=36).
Si tratta di due opere molto importanti nel curriculum di studi del Buddhismo tibetano, e insegnate e commentate anche in Occidente, anche se sulla base della traduzione tibetana invece che del testo sanscrito, benché comunque si usino le forme originali sanscrite per i titoli e per alcuni termini 'tecnici' (come Buddha, Bodhisattva, Bodhicitta...).
Come è noto, il concetto si applica principalmente a Vishnu, il Preservatore, e ai suoi dieci Avatāra (nell'immagine a sinistra) che appaiono per difendere il Dharma, l'ordine cosmico-sociale, ripercorrendo le varie fasi della mitologia dei Purāṇa: dal Diluvio dove agisce Matsya, il pesce che salva il progenitore Manu dalle acque, fino all'apocalittico Kalki, guerriero su un cavallo bianco che pone fine all'età degenerata del Kali Yuga in cui ci troviamo, per reinstaurare il Satya Yuga, età della virtù. Gli Avatāra più venerati in India sono certamente Rāma figlio del re Daśaratha di Ayodhyā, a cui è legato l'epos del Rāmāyaṇa, e Krishna re degli Yādava, ben presente nel Mahābhārata, e che si manifesta nel pieno della sua natura divina nella Bhagavadgīta, il 'Canto del Beato' in cui espone ad Arjuna, prima della battaglia, i principi dello Yoga.
Si tratta di due personaggi probabilmente storici, il primo vissuto intorno al 2000 a.C. (epoca che corrisponde al passaggio tra Tretā e Dvāpara Yuga) e il secondo nel XV sec. a.C., quando possiamo situare la battaglia del Mahābhārata (al passaggio tra Dvāpara e Kali Yuga) e la scomparsa sotto il mare (documentata archeologicamente) di Dvārakā, la capitale di Krishna. Apparentemente, grandi eroi, esempi viventi del Dharma, vissuti in epoche cruciali, sono stati assunti come Avatāra. Persino il Buddha, Siddhārtha Gautama del clan Shakya, fondatore di un movimento spirituale fortemente osteggiato dai brahmani conservatori, è stato assunto come Avatāra di Vishnu nei Purāṇa, evidentemente per inglobarlo nel sistema brahmanico.
Ma anche in tempi più recenti sono stati riconosciuti degli Avatāra divini, come Chaitanya, maestro della Bhakti (devozione) vissuto in Bengala a cavallo tra XV e XVI secolo, punto di riferimento degli 'Hare Krishna', oppure Ramakrishna, importante maestro spirituale del XIX secolo (vedi
http://www.eng.vedanta.ru/library/prabuddha_bharata/ramakrishna_the_greatest_of_avataras_june04.php).
O anche il contemporaneo, e ben noto, Sathya Sai Baba (http://www2.cruzio.com/~lobsta/jgm-avatar.html).
Nel passaggio dall'India all'Occidente, il termine sembra essere passato da Dio all'uomo (o all'io): infatti se in India solo il Dio supremo, o comunque una divinità, può avere Avatāra, oggi nel mondo virtuale ognuno può creare i suoi Avatar...
D'altronde, un significato meno noto del termine sanscrito avatāra- si trova nei titoli di alcune opere, come il Madhyamakāvatāra di Chandrakīrti (maestro della scuola buddhista della Via di Mezzo), che viene tradotto "Introduzione alla Via di Mezzo", intendendo evidentemente avatāra- come 'introduzione, entrata', infatti l'opera vuole essere un commento al testo di Nāgārjuna sulla Via di Mezzo (tra eternalismo e nichilismo) (http://www.scribd.com/doc/24563026/Chandrakirti-Madhyamakavatara-commented).
O ancora un'altra opera della stessa scuola, il Bodhisattvachāryāvatāra di Shāntideva, "Introduzione alla pratica dell'essere del risveglio", più noto in ambito accademico come Bodhicāryāvatāra "Introduzione alla pratica del risveglio", trattato che spiega come sviluppare le qualità di un Bodhisattva, un aspirante al completo risveglio spirituale (una traduzione italiana a http://www.samantabhadra.org/articles.php?lng=it&pg=36).
Si tratta di due opere molto importanti nel curriculum di studi del Buddhismo tibetano, e insegnate e commentate anche in Occidente, anche se sulla base della traduzione tibetana invece che del testo sanscrito, benché comunque si usino le forme originali sanscrite per i titoli e per alcuni termini 'tecnici' (come Buddha, Bodhisattva, Bodhicitta...).
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