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mercoledì 20 giugno 2012

Le sorprendenti affinità tra la Roma antica e l'India




Recentemente, un amico aveva 'postato' delle osservazioni a proposito della dieta dei legionari romani, sostenendo, oltre al fatto che era essenzialmente vegetariana, che non mangiavano carne bovina per la sacralità del bue. E un sito di argomento archeologico effettivamente conferma questo dato. Comunque, ciò mi ha riportato alla mente alcune affinità che avevo notato tra Roma antica e India, tra cui l'uso di un velo rosso per il matrimonio. Andando a guardare il rito nuziale romano, ho scoperto che il matrimonio più ritualizzato e arcaico era la confarreatio, riservata ai patrizi, e infine soltanto ai Flamines, quei sommi sacerdoti che Dumézil aveva confrontato (anche etimologicamente) con i Brahmani indiani. Ebbene, nella confarreatio (vedi anche questo saggio), oltre al flammeum, velo rosso fuoco (o arancio), che ritroviamo nel matrimonio indiano (vedi foto sopra), lo sposo e la sposa compivano insieme tre giri intorno all'altare verso destra, tanto che questo rito era chiamato dexteratio. Ora, in India questo rito si chiama pradakṣiṇa, termine che mostra la stessa radice indoeuropea (*daks-/deks-), e che significa appunto girare procedendo verso destra. Oggi (vedi qui) si compiono quattro giri intorno al fuoco sacro che funge da luogo delle offerte nel rito vedico, di cui tre guidati dallo sposo e uno dalla sposa. D'altronde, ancora nella Grecia contemporanea si compiono tre giri dell'altare della Chiesa durante il matrimonio (benché in senso antiorario, rito condiviso dai russi ortodossi), così come si usa ancora un velo color fuoco (vedi questa pagina, e secondo il saggio già menzionato, come c'era da aspettarsi, il velo rosso era usato anche nel matrimonio della Grecia antica). Tornando a Roma, momento clou della cerimonia era la dexterarum iunctio (che appare qui sotto), ed anche nella cerimonia indiana l'unione o 'afferrarsi' delle mani destre (paṇi-grahaṇa) è un momento cruciale del rito. Altra analogia, il nome confarreatio allude alla condivisione di una focaccia di farro in onore di Iuppiter Farreus da parte degli sposi, ed anche nel rituale indiano un momento è quello dello scambio di un boccone di cibo dai resti delle offerte (anna-prāśana).


Ora, se molti di questi rituali possono sembrare abbastanza scontati (ma bisognerebbe trovare un altro parallelo che li presenti tutti) quello della dexteratio appare veramente significativo, perché l'uso di girare tre volte in senso orario intorno a un oggetto o una persona sacri è qualcosa di pervasivo in India, è un gesto fondamentale, presente sia nell'Induismo sia nel Buddhismo. A questo proposito, occorre citare un altro contesto antropologico, quello funerario: in una voce molto interessante di un'enciclopedia di religione ed etica di James Hastings, intitolata 'circumambulation', troviamo che nella Tebaide di Stazio, VI.215-224, durante i riti funebri in onore del figlio di Licurgo, i guerrieri girano prima tre volte verso sinistra (sinistro orbe... ter curvos egere sinus), poi, a un ordine dell'augure, tornano girando verso destra (dextri gyro... hac redeunt). Ora, un rito analogo era prescritto nello Śatapatha Brāhmaṇa (II.6.1.15), in occasione delle offerte agli antenati defunti: l'officiante compie prima tre giri verso sinistra (apasalavi), quindi tre verso destra (prasalavi), a simboleggiare il movimento verso il mondo degli antenati e il ritorno a questo mondo.
D'altronde, anche la circumambulatio urbis dei Luperci era una corsa attorno a Roma in senso antiorario, e ancora oggi a Roma si compiono circoambulazioni nel rito cattolico della Pasqua (si veda qui), ed anche in India si usava circoambulare la città in certi contesti.
Abbiamo detto che il matrimonio per confarreatio si ridusse essenzialmente ai flamines, e in particolare il Flamen dialis, sommo sacerdote di Giove, doveva nascere da un matrimonio celebrato per confarreatio (come anche il Rex sacrorum e le Vestali). Ora, il termine flāmen è stato paragonato (a partire almeno da Dumézil) a quello di brahman o brāhmaṇa da un proto-indoeuropeo *bhlagh-mēn, così come il sacerdozio detto flāmonium è stato paragonato al brāhmaṇyam da *bhlāgmonyom. Ma a parte queste dubbie ipotesi linguistiche, ci sono dei suggestivi paralleli tra le due figure, come nota Bernard Sergent in Les Indo-Européens, p.376: il flamen dialis non può giurare, il brahmano non può essere chiamato a testimone, il rapporto con l'ambito militare è proibito per entrambi, i testi menzionano nei due casi divieti concernenti il cavallo, il cane, l'uso dell'olio; sono loro proibiti l'avvicinarsi al rogo funebre, la consumazione di bevande fermentate e di carne non cucinata. Non potevano stare nudi, e ciò si estende alla sposa, la flāminicā e la brāhmaṇī, che gioca un ruolo essenziale di collaboratrice in tutta l'attività cultuale dello sposo. Si può essere flamen dialis o brahmano da giovane, e ciò esclude dalla potestà paterna. Il colore del loro costume e di diversi simboli è il bianco, che secondo Dumézil è il colore specifico della prima funzione in numerosi testi.
D'altronde, il suffisso -men, che ritroviamo anche in numen 'potere divino' o lumen 'luce' o carmen 'poesia, incantesimo', è parallelo a quello indiano -man, che oltre che in brahman si trova anche ad esempio in śarman 'rifugio', varman 'armatura', karman 'azione', manman 'pensiero, preghiera'.  

Ancora, vorrei segnalare la somiglianza tra latino e antico indiano di alcuni termini fondamentali, come ignis, 'fuoco', aind. agnis, lat. vox 'voce, parola', aind. vāk 'linguaggio, voce, parola', lat. vīta, aind. jīvitam 'vita', lat. deus, aind. devas 'dio', lat. mens, aind. manas 'mente', lat. medius 'medio' aind. madhyas, lat. iuvenis, aind. yuvan 'giovane', lat. iugum, aind. yugam 'giogo', lat. dōnum, aind. dānam 'dono', lat. domus, aind. damas 'casa', lat. concha, aind. śaṅkha 'conchiglia', lat. vertit, aind. vartate, 'volge, gira'...
Come si può vedere dalle terminazioni di molti termini, il latino condivide con il sanscrito la finale -s per i nomi maschili (quando la parola è isolata in sanscrito è aspirata), e la -m per i neutri, che ritroviamo anche nell'accusativo in entrambe le lingue. In latino arcaico (e in falisco) abbiamo una desinenza singolarmente simile all'antico indiano: il genitivo in -osio, che si trova nel Lapis Satricanus (Popliosio Valesiosio), e corrisponde all'aind. -asya. Rispetto ad altre lingue indoeuropee, risalta anche che il pronome riflessivo suus è perfettamente corrispondente al sanscrito sva-.
 
E ci sono anche dei nomi propri in latino che potrebbero spiegarsi con termini o nomi indiani: Marius fa pensare all'aind. maryas 'giovane uomo', Gaius al nome proprio Gaya, Remus al celebre nome Rāma... Infine, notevoli anche i paralleli sanscriti dei nomi delle divinità: Iuppiter, Iovis è certamente affine a Dyaus Pitar-, il Padre Cielo (greco Zeus); Iūno è collegata alla radice della giovinezza (yūnī è 'la giovane, forte, sana' in aind.); Venus corrisponde all'aind. vanas- 'amabilità, desiderio'; Minerva è fatto derivare da menes-va- confrontabile coll'aind. manasvat- 'pieno di spirito'. Neptūnus è stato accostato da Dumézil ad apāṃ napāt, il 'discendente delle acque', divinità presente anche nell'Avesta. Iānus, dio dei 'passaggi', degli inizi e delle transizioni, corrisponde al termine antico indiano yāna- 'che conduce, viaggio, veicolo'. Il dio/dea dei pastori Pales richiama l'antico indiano pāla- 'guardiano, pastore', da cui gopāla 'guardiano di vacche, mandriano', tipico epiteto di Kṛṣṇa nel contesto bucolico di Vṛndāvana, anche se secondo alcuni Pales deriva da palea 'paglia', che ha un parallelo nell'aind. pala-, dallo stesso significato.   

Da tutto ciò non vorrei concludere che i Latini avessero un rapporto particolarmente diretto con gli Indiani, storicamente arduo da sostenere, ma possiamo dire che hanno preservato in modo particolarmente fedele, per certi aspetti, l'eredità 'indoeuropea', le cui origini e vie devono essere chiarite...



domenica 13 giugno 2010

Una prova genetica di una migrazione dall'India all'Europa


E' stato pubblicato online l'importante articolo del genetista americano  P.A. Underhill (et alia) sul gruppo genetico R1a (http://www.scribd.com/doc/23322591/Underhill-Et-Al-2009-Separating-the-Post-Glacial-Coancestry-of-European-and-Asian-Y-Chromosomes-Within-Hap-Lo-Group-R1a).


La mappa in verde qui sopra mostra la frequenza dell'aplogruppo R1a1a-M17, quella in rosso l'età calcolata in diverse regioni dell'Eurasia. Appare chiaramente che l'area più antica comprende il Sind e il Gujarat, con un'espansione verso ovest che trova nuove apparenti aree di irradiazione nel Caucaso e in Polonia. Si dice nell'articolo: “Analysis of associated STR diversity profiles revealed that among the R1a1a*(xM458) chromosomes the highest diversity is observed among populations of the Indus Valley yielding coalescent times above 14 KYA (thousands of years ago), whereas the R1a1a* diversity declines toward Europe where its maximum diversity and coalescent times of 11.2 KYA are observed in Poland, Slovakia and Crete.”
Quindi, nella valle dell'Indo l'aplogruppo R1a1a risulta più antico del 12000 a.C., mentre in Polonia, Slovacchia e Creta risalirebbe al 9200 a.C. circa.
Ancora: “Also noteworthy is the drop in R1a1a* diversity away from the Indus Valley toward central Asia (Kyrgyzstan 5.6 KYA) and the Altai region (8.1 KYA) that marks the eastern boundary of significant R1a1a* spread”.
Quindi, nel Kirghizistan, che pure ha un'alta percentuale di individui portatori di R1a1a, l'antichità di questo aplogruppo appare risalire solo al 3600 a.C., nell'Altai al 6100 a.C.
Quindi, sulla base di questi calcoli arriviamo alla conclusione che una popolazione sudasiatica si diffuse prima verso l'Europa, e più tardi verso l'Asia centrale. Non c'è dunque una migrazione antica dall'Europa verso l'Asia meridionale, o dall'Asia centrale verso quella meridionale, ma l'opposto. 
Se vogliamo collegare l'aplogruppo R1a1a con gli Indoeuropei, idea che rimane attraente, visto che sembra essere il solo aplogruppo che unisce con frequenze significative Indoarii, Iranici, Anatolici, Greci, Slavi e Germanici (meno i parlanti lingue romanze o celtiche), dovremmo ammettere che l'origine degli Indoeuropei è nell'Asia meridionale, e non in Europa orientale. Qui, troviamo una mutazione dell'aplogruppo, chiamata da Underhill R1a1a7:
“In Europe a large proportion of the R1a1a variation is represented by its presently identified subclade R1a1a7-M458 that is virtually absent in Asia. Its major frequency and relatively low diversity in Europe can be explained thus by a founder effect that according to our coalescent time estimation falls into the early Holocene period, 7.9±2.6 KYA. The highest regional date of 10.7±4.1 KYA among Polish R1a1a7 carriers falls into the period of recolonization of this region by Mesolithic (Swiderian and subsequent cultures) settlers. […] It should be noted, though, that the inevitably large error margins of our coalescent time estimates do not allow us to exclude its association with the establishment of the mainstream Neolithic cultures, including the Linearbandkeramik (LBK), that flourished ca. 7.5-6.5 KYA BP in the Middle Danube (Hungary) and was spread further along the Rhine, Elbe, Oder, Vistula river valleys and beyond the Carpathian Basin.”
Quindi, sembra che l'R1a1a7 sia sorto in Polonia tra il 12800 e il 4600 a.C., in una cultura che può essere quella mesolitica o quella neolitica della ceramica lineare che si diffuse tra Ungheria, Balcani, Germania e Polonia (http://it.wikipedia.org/wiki/Cultura_della_ceramica_lineare). In tal modo, il popolo portatore dell'R1a1a nell'Europa orientale può essere associato alla rivoluzione neolitica in quest'area.

L'antichità di questa subclade e la sua assenza in Asia mostrano che non c'è stata migrazione dall'Europa all'Asia centrale in tempi recenti: “Although the R1a1a* frequency and diversity is highest among Indo-Aryan and Dravidian speakers, the subhaplogroup R1a1a7-M458 frequency peaks among Slavic and Finno-Ugric peoples. Although this distinction by geography is not directly informative about the internal divisions of these separate language families, it might bear some significance for assessing dispersal models that have been proposed to explain the spread of Indo-Aryan languages in South Asia as it would exclude any significant patrilineal gene flow from East Europe to Asia, at least since the mid-Holocene period.”

Poiché il periodo del medio Olocene è intorno al 4000 a.C., ciò significa che dopo quell'epoca, che è il limite minimo per l'origine della subclade R1a1a7, non possiamo supporre una migrazione dall'Europa all'Asia centrale e meridionale, e questo confuta tutte le teorie che suppongono che il popolo Kurgan della regione del Mar Nero andò verso l'Afghanistan durante la civiltà di Battriana e Margiana (BMAC, del III-II mill. a.C.) e poi in India (II mill. a.C.).
D'altro lato, la migrazione del popolo dell'R1a1a dall'Asia meridionale all'Europa appare molto più antica di quanto si è ipotizzato normalmente per la diffusione delle lingue indoeuropee, prima dell'età del Bronzo, durante il periodo mesolitico o neolitico. Quindi, se colleghiamo l'R1a1a con i parlanti indoeuropeo, dobbiamo antedatare questa diffusione, e vedere gran parte dell'Europa neolitica come già indoeuropea, rovesciando la teoria di Gimbutas sull'Europa antica, pre-Kurgan, come un mondo agricolo pacifico non indoeuropeo. D'altronde, anche un sostenitore dell'ipotesi Kurgan come Villar ha riconosciuto nella toponimia iberica uno strato indoeuropeo risalente all'epoca neolitica. Quanto all'Alteuropäisch del Krahe, ovvero quella terminologia che si trova solo nelle lingue indoeuropee d'Europa centrale e occidentale, ma non in greco o in sanscrito, potrebbe essere legata al popolo dell'R1a1a7, che, significativamente, è assente anche in Grecia. Tale data antica dell'arrivo dei portatori dell'R1a1a e delle lingue indoeuropee contraddirebbe comunque la teoria della continuità paleolitica di Alinei e Costa, perché attribuirebbe le culture paleolitiche a popolazioni preindoeuropee.
D'altronde, non tutto l'R1a1a in Europa è R1a1a7, quindi forse non possiamo escludere successive migrazioni di popoli dall'Asia all'Europa, portando le lingue indoeuropee (tra cui il greco, molto più vicino al sanscrito o all'iranico di altre lingue europee): abbiamo esempi di migrazioni in Europa di popoli iranici come Sciti, Sarmati e Alani, e dei Rom e Sinti indiani, anche in tempi storici.

lunedì 15 febbraio 2010

L'India e le origini della filosofia

Nella pregevole introduzione, scritta da Roberto Calasso, a La dottrina del sacrificio nei Brāhmaṇa, edizione italiana del fondamentale saggio di Sylvain Lévi di cui già ho scritto su questo blog, si leggono interessanti accenni alla posizione dell'India in una storia della filosofia che vada oltre la Grecia. Parlando del celebre Essai sur la nature et la fonction du sacrifice di Hubert e Mauss, debitori a Lévi di gran parte del materiale su cui costruire una teoria generale del sacrificio nelle varie culture umane, si osserva: "Esisteva dunque almeno una parte della terra in cui il sistema del sacrificio non era stato soltanto una complicata prassi liturgica, ma una articolata e ambiziosa teoria, che inevitabilmente tentava di dire ciò che è - assumendosi il ruolo che un giorno sarebbe stato della metafisica. E quella parte della terra era l'India dei Brāhmaṇa.[...] Se considerato da questo angolo, il saggio di Hubert e Mauss aveva il risultato di scardinare l'assetto acquisito della storia del pensiero (prima i greci, poi tutti gli altri - e soprattutto: nulla prima dei greci), in singolare convergenza con ciò che cinque anni prima si era compiuto nel primo volume della Allgemeine Geschichte der Philosophie di Deussen dove, invece di cominciare, come di regola, da Talete, si trattava del  Ṛgveda e dei Brāhmaṇa [...]"
Il volume di Deussen apparve nel 1915, eppure non sembra che la sua apertura abbia avuto molto seguito, a quasi cento anni di distanza. Ricordo ancora l'introduzione al manuale scolastico di storia della filosofia di Abbagnano, dove si negava al pensiero orientale un carattere pienamente filosofico, in quanto unito al religioso e non puramente 'teoretico'. Per poi assegnare, ovviamente, lunghi capitoli al pensiero cristiano tardo-antico e medievale... ripensandoci, si potrebbe sospettare che quando non si conosce qualcosa o non la si vuole trattare, si cerca di scartarla con motivazioni capziose. L'ignorare il pensiero indiano è frutto di pigrizia intellettuale e di provincialismo culturale, però ci sono alcune interessanti eccezioni in ambito filosofico. Una è quella dell'audace Atlante di filosofia recentemente pubblicato da Einaudi, opera di Elmar Holenstein, professore emerito dell'ETH di Zurigo, attualmente residente a Yokohama. E' un'opera sintetica che intende abbracciare, in alcune cartine con concise spiegazioni, il pensiero umano a livello mondiale. http://www.einaudi.it/libri/libro/elmar-holenstein/atlante-di-filosofia/978880619825
L'approccio è innovativo anche nell'uso dei termini che indicano le correnti filosofiche e religiose nelle lingue originali, in uno sforzo evidente di superare le lenti eurocentriche. Naturalmente non si può chiedere l'approfondimento a un'opera così vasta, ma per quanto riguarda l'India l'ho trovata di una straordinaria accuratezza da parte di un non specialista. 

Un altro esempio è l'opera di un giovane studioso francese di filosofia, Alexis Pinchard, che ho potuto conoscere personalmente nel mio soggiorno parigino del 2005-6. Si tratta della sua tesi, ormai da tempo pubblicata, Les langues de sagesse dans la Grèce et l'Inde anciennes. Si inserisce nella tradizione francese di Dumézil e Detienne, di studi indoeuropeistici e antropologici, affermando un'affinità tra pensiero indiano (già vedico) e greco antico sulle radici indoeuropee. Si veda una recensione qui:
http://www.bmcreview.org/2009/11/20091128.html

E qui si può anche acquistare online: http://www.erudist.net/fr/livre/?GCOI=26000100417580&fa=description

Naturalmente, Pinchard non si muoveva nell'ottica di una possibile origine indiana (sudasiatica) degli Indoeuropei, e quando gliene parlai rimase sconcertato. Mi chiese: i Greci venivano dall'India? Noi veniamo dall'India? Io gli dissi che sì, pensavo che era possibile, e che era più probabile che venissero dall'area indiana piuttosto che dalle steppe dell'Asia centrale, dove non c'era "beacoup de monde".

Se consideriamo la possibilità che i Greci venissero da un'area prossima a quella della civiltà vedica, questo potrebbe spiegare anche le misteriose affinità individuate da Pinchard... o da Marcello Durante, che aveva individuato formule poetiche molto simili nelle due culture, ipotizzando un influsso indoario sui protogreci sulle rive del Mar Caspio, prima delle rispettive migrazioni... 
Di fatto, le lingue stesse greca e sanscrita rivelano affinità straordinarie, e la lingua è il veicolo, lo strumento del pensiero. Mi ha spesso colpito la frequenza di termini astratti in entrambe le lingue, anche se forse con sfumature diverse: in un senso più oggettivo per i Greci, più soggettivo per gli Indiani. In Grecia gli astratti sono cose in sé, in India sono stati dell'essere cosciente, come la 'rishità' o la 'buddhità'. Di certo i diversi ambienti geografici e culturali hanno foggiato diverse linee di pensiero, ma le affinità rimangono, e le radici della filosofia greca potrebbero essere nelle remote regioni presso l'Hindukush, da cui un giorno i Danaoi (termine omerico per indicare i Greci) o Dānava (termine antico indiano e avestico per indicare un popolo nemico) si potrebbero essere allontanati per raggiungere le sponde del Mediterraneo...

P.S.: a proposito dei 'figli di Danu' rimando a un interessante articolo di D. Frawley, Vedic Origins of the Europeans: The Children of Danu http://r2dnainfo.blogspot.com/2010/01/vedic-origins-of-europeans-children-of.html, ricco di informazioni e di teorie stimolanti anche se da passare al vaglio.






mercoledì 9 dicembre 2009

La ricerca genetica rivela la storia remota della popolazione dell'India e degli Indoeuropei


Un nuovo studio genetico molto dettagliato, compiuto da scienziati basati in India e negli Stati Uniti, ha rivelato che la popolazione dell'India è il risultato di due componenti principali, una meridionale più antica (di 65000 anni fa) e una settentrionale apparsa nel subcontinente 45000 anni fa. Questa componente settentrionale è affine alle popolazioni centrasiatiche, mediorientali ed europee, mentre quella meridionale si rivela molto isolata, anche se nel corso dei millenni si è ampiamente mescolata con quella settentrionale, dando origine agli Indiani attuali.
La presunta invasione aria del II millennio a.C. risulta eclissata da questi dati, e l'origine delle caste è individuata in usanze endogamiche emerse dalle tribù locali, e non da invasioni esterne.
Qui si possono leggere due presentazioni divulgative:
E qui si possono trovare numerose informazioni integrative liberamente disponibili:
http://www.nature.com/nature/journal/v461/n7263/extref/nature08365-s1.pdf-s1.pdf




























Un altro studio interessante e recente è quello di Underhill &c. (vedi qui), specificamente incentrato sulla vexata quaestio dell'aplogruppo R1a, associato agli Indoeuropei.
La scoperta più significativa è che gran parte degli R1a europei appartengono a una ramificazione (denominata R1a1a7) che risulta limitata all'Europa (inclusi Caucaso e Turchia, vedi mappa in alto a destra), negando quindi un'invasione di questo ramo europeo in India.
Non solo, come mostra una tabella dell'articolo (vedi qui), l'origine dell'aplogruppo R1a1a risulta nell'attuale India occidentale, 15800 anni fa, seguita dal Pakistan (15000 anni fa) e dal Nepal (14200 anni fa). In Caucaso risalirebbe a 12200 anni fa, in Polonia a 11300 anni fa, in Italia a solo 5900 anni fa. Queste datazioni non vanno naturalmente prese alla lettera, calcolano convenzionalmente generazioni di 25 anni, e si basano su metodi non del tutto universalmente accettati, però possono darci interessanti indicazioni sui movimenti di questo lignaggio genetico maschile, che sembrerebbe ben anteriore al supposto periodo di diffusione delle lingue indoeuropee. Non corrisponderebbe né alle teorie di Alinei e Costa (che suppongono i parlanti indoeuropeo come i primi abitanti dell'Europa), né a quelle di Renfrew (che suppone l'origine dell'indoeuropeo nella rivoluzione neolitica anatolica), né a quelle della Gimbutas sull'invasione indoeuropea dall'Ucraina dei Kurgan. Quest'ultima tesi però, piuttosto accreditata tra gli indoeuropeisti, potrebbe avere qualche validità relativamente all'Europa, visto che l'R1a1a si è diffuso a partire dall'Europa orientale, anche se stranamente nell'Ucraina dei Kurgan l'R1a1a, secondo lo studio di Underhill, risale a soli 7400 anni fa, ben più tardi della Polonia, tuttavia certamente prima dell'inizio delle culture Kurgan (datate a partire dal 4500 a.C., vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Kurgan_culture#Kurgan_culture).
E' interessante quello che osserva lo stesso studio a proposito del sottogruppo R1a1a7:
"Its highest frequencies are in Central and Southern Poland, particularly near the river valleys flowing northwards to the Baltic sea. The authors estimated an age which associates this sub-clade with the Corded Ware Culture." (http://en.wikipedia.org/wiki/Haplogroup_R1a_(Y-DNA))
Sembrerebbe quindi probabile un'associazione della cultura della ceramica a cordicella (Corded Ware Culture), che si diffuse a partire dal 3200 a.C. nell'Europa centro-orientale, e fiorì nell'età del bronzo, introducendo i metalli nell'Europa settentrionale. Nel XIX secolo, vi fu addirittura chi la identificò come la culla del protoindoeuropeo, ma oggi si suppone piuttosto che sia all'origine delle lingue balto-slave, germaniche, celtiche e italiche (vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Corded_Ware_Culture#cite_ref-7).

In conclusione, se vogliamo trovare un nesso tra genetica e lingue, potremmo ipotizzare che il protoindoeuropeo si sia formato nell'Asia meridionale occidentale in popolazioni R1a1a, che si sono poi espanse sia nell'India settentrionale sia nell'Asia centrale e nell'Europa orientale, creando un'area protoindoeuropea (la 'Aryan belt' di Sethna, tra Ucraina e India settentrionale) forse soprattutto in epoca neolitica. La trasmissione di termini relativi ai metalli, ai carri, ecc., potrebbe essere avvenuta anche successivamente nella stessa area.




mercoledì 7 ottobre 2009

Il sanscrito e le lingue dell'Italia antica: il caso dell'etrusco

Per chi pensasse che il sanscrito ha dei rapporti molto remoti con le lingue dell'Italia, nel quadro della vasta famiglia indoeuropea, potrà essere sorpreso nello scoprire che vi sono degli studi tendenti a rintracciare una presenza molto più diretta dell'antico indoario, nell'etrusco (principalmente con le opere di Bernardini Marzolla e di Caltagirone, la cui copertina appare qui a sinistra, ma anche quella di L. Magini "L'etrusco, lingua dall'Oriente indoeuropeo", del 2007) e nel siculo (con "La lingua dei Siculi" di Caltagirone, vedi anche qui).
A proposito dell'etrusco, ho tra le mani il libro "La parola agli Etruschi" di Piero Bernardini Marzolla, edizioni ETS, del 2005.


L'autore è un filologo classico, ex normalista (compagno di Ambrosini e Citati), nato a Perugia nel 1929, già autore nel 1984 di "L'etrusco - una lingua ritrovata" (ed. Mondadori). Lui stesso asserisce, nella premessa al testo del 2005, che la ricerca delle corrispondenze tra etrusco e sanscrito era partita dalla misteriosa parola itanim di una lamina d'oro di Pyrgi, che il Marzolla accostò al scr. idānīm "ora". Trovò poi hara su una pallottola di piombo per la fionda, corrispondente al scr. hara- "distruttore". Su una coppa, mleci kania è accostato a scr. mlecchī kanyā "barbara fanciulla". Alle parole ziva-s e lup-u, lup-u-ce, frequenti negli epitaffi, fanno riscontro scr. jīv- "vivere" e lup- "scomparire (morire)". Il libro prosegue con la spiegazione delle mutazioni fonetiche in etrusco, con l'elencazione dei suffissi, dei prefissi e dei composti di origine indoaria, con le ipotesi sulle origini degli Etruschi. Ipotesi che si concentrano sull'Anatolia, non solo per la tradizione riportata da Erodoto che voleva i Tirreni emigrati dalla Lidia in seguito a una carestia, ma anche per le iscrizioni simili all'etrusco dell'isola di Lemno, per l'elemento tarχ-, apparentemente anatolico, in vari nomi etruschi, per affinità figurative tra i rilievi volterrani e quelli di Xanthos in Licia e di Lemno. A tutto ciò possiamo aggiungere i risultati delle ricerche genetiche (vedi qui un articolo di sintesi), che ci mostrano le affinità degli abitanti di zone che possono aver mantenuto ascendenze etrusche quali Murlo, Volterra e del Casentino con gli attuali abitanti dell'Anatolia. E' notevole che anche gli abitanti dell'isola di Lemno si siano rivelati affini.
Quello che suggerisce il Marzolla è che la presenza dell'antico indoario nella lingua etrusca è dovuta alla presenza indoaria nel regno di Mitanni e nel Vicino Oriente del II millennio a.C., soprattutto nell'onomastica, e suggerisce che la lingua di questi indoarii sia sopravvissuta anche dopo il XIV sec. a.C., epoca del trattato di Mitanni che menziona le divinità vediche Indra, Mitra-Varuṇa e Nāsatya. Egli nota anche che dopo il 1200 a.C., con l'arrivo dei Popoli del Mare, si è avuto uno sconvolgimento del Vicino Oriente e del Mediterraneo, che ha provocato un periodo oscuro nella storia dell'Asia Minore e della Grecia. Marzolla si affida dunque alla testimonianza erodotea (Storie I.94), e suppone una migrazione dall'Anatolia analoga a quella greca degli abitanti di Focea. Un punto importante è che secondo lui "resta aperta la questione se l'etrusco sia una lingua non indoeuropea contaminata da una lingua di stampo indiano o, al contrario, una lingua di stampo indiano "sommersa" da una non indoeuropea."
Quello che potremmo ipotizzare è che nel popolo protoetrusco ci fosse una certa componente culturale indoaria dovuta ai regnanti di Mitanni e ai 'Marjanni', i guerrieri su carro con nomi indoarii che si erano diffusi nel Vicino Oriente, portatori di una scienza dell'allevamento del cavallo espressa nel trattato di Kikkuli di Mitanni. Tale componente culturale potrebbe essere legata a un semplice influsso, ma forse più plausibilmente alla presenza all'interno del popolo protoetrusco di un'élite guerriera (e forse anche sacerdotale) che portò con sé nomi propri e termini indoarii. A questo ci spingerebbero anche alcuni nomi come il gentilizio Arianaś citato dal Magini, presente nel territorio fiesolano, o lo stesso nome che gli Etruschi si davano, Rasna, riportato alla radice del sanscrito rājā. Il Magini riporta (op.cit., pp. 73-4) l'affermazione di Dionisio di Alicarnasso secondo cui gli Etruschi prendevano il nome dal loro capo Rasenna. Ora, questo nome ci riporta al sanscrito rājana- 'appartenente a una famiglia regale' o a rājanya- 'regale, uomo della casta regale o militare', e anche nome di una particolare famiglia di guerrieri (vedi il dizionario di Monier-Williams).
Torniamo quindi al lessico individuato dal Bernardini Marzolla. Nel corso del libro propone varie traduzioni di iscrizioni con l'aiuto dell'indoario, e alla fine riassume il tutto in un vocabolario etimologico etrusco. Abbiamo ais che significa 'dio' da scr. īś, īśa 'signore', aiśa 'regale, divino'; aus'a 'ardore', da scr. oa 'combustione, ardore'; capi, kapi, qapi, χapi 'qualcuno' da scr. ko'pi (da kas api); cumere 'fanciullo, principe' da scr. kumāra; eniaca 'altro' da scr. anyaka; rz 're' da scr. rājā; uasu 'ricchezza' da scr. vasu; uaz 'trofeo' da scr. vāja; Velaθri 'Volterra' da scr. velā 'confine; costa' e adri 'roccia, montagna' ('Monte di confine' o 'Monte costiero') e molti altri.
Vediamo termini religiosi e aristocratici ma anche del tutto comuni: se le interpretazioni con relative etimologie sono corrette, indicherebbe una presenza molto pervasiva dell'indoario, non maggioritaria ma tale da presupporre più di un vago influsso. Insomma, un elemento importante di quella irradiazione della civiltà dell'India verificatasi nell'antichità e nel modo più intenso forse nel II millennio a.C. dopo la profonda crisi che investì il subcontinente indiano. Un'irradiazione che ha raggiunto la lontana Italia, e che ha dato molto anche alla civiltà romana. In un recente convegno sull'argomento si è riaffermato che la fondazione di Roma seguiva un rituale etrusco, e questo ci potrebbe richiamare all'antica concezione indiana della città, anch'essa quadrangolare, con le strade ortogonali, fondata con la delimitazione dello spazio sacro segnato da fossati e da mura. E in etrusco, il nome riconosciuto della città è spur, analogo al vedico pur-, sanscrito pura- 'città'... Non solo, nel Dizionario della Lingua Etrusca di M. Pittau, si trova, accanto a spurana 'civico, urbano, pubblico', la variante [s]purane, e il pomerio, ovvero lo spazio sacro intorno alle mura, è identificato nel termine purapu. Esiste poi il nome al genitivo Puruhenas, gentilizio maschile che il Bernardini Marzolla associa all'importante epiteto vedico puró-han, 'distruttore di cittadelle, di fortezze', attribuito al dio guerriero Indra, ed analogo (semanticamente) all'omerico πτολίπορθος.












domenica 28 giugno 2009

Notizie indologiche

http://nalandainternational.org/IndusConference/indusconference.htm


Alcune novità nel mondo indologico, scoperte in rete.


Il 21-22 febbraio 2009, presso la Loyola Marymount University, a Los Angeles, si è tenuta una conferenza internazionale intitolata "The Sindhu-Sarasvati Valley Civilizations:A Reappraisal" (qui sopra il link e le immagini collegate), con alcuni dei più importanti 'nomi' dell'archeologia indiana sia dall'India sia dagli Stati Uniti: S.R. Rao, R.S. Bisht, Kenoyer e Shaffer. Inoltre, c'era un grande esperto della questione dell'invasione aria quale Edwin Bryant e anche uno studioso greco, Kazanas, uno dei pochi occidentali critici della teoria dell'invasione e della cronologia ufficiale dei Veda. Quello che è interessante in questa conferenza è appunto la sua apertura a posizioni considerate eretiche dall'establishment accademico anche americano, e fa ben sperare per un'apertura del dibattito e per quella Grande Transizione che vari indizi suggeriscono essere in corso: dal vecchio modello ad uno nuovo, non più basato sulla teoria aprioristica dell'invasione o migrazione aria in India.




Uno dei motori della Transizione è certamente Koenraad Elst, indologo belga che ha anche recensito, sul suo blog (http://koenraadelst.blogspot.com/), un nuovo libro di Shrikant Talageri, pubblicato nel 2008, su Rigveda e Avesta, che dà una formulazione basata (tra le altre cose) su questi due testi della teoria secondo cui gli Indoeuropei sono originari dell'India, tramite la tribù indoaria dei Druhyu, emigrata dal Nordovest del subcontinente verso l'Europa, laddove gli Iranici sarebbero derivanti dalla tribù indoaria degli Anu. Mi riservo di leggere personalmente questo nuovo parto dell'energico studioso indiano per dare un giudizio, anche se trovo almeno in parte convincente il suo precedente libro del 2000 (The Rigveda: A Historical Analysis).




venerdì 12 giugno 2009

Britannici e Indiani a confronto sul concetto di 'Aryan'

Come ha scritto Koenraad Elst, vivace indologo fiammingo, in Asterisk in Bhāropīyasthān, recente (del 2007) raccolta di scritti sul dibattito riguardo all'invasione aria dell'India, la teoria che sosteneva tale invasione giustificò la presenza dei britannici tra i loro 'cugini ariani' in India, trattandosi semplicemente della seconda ondata di insediamento ario in quella regione. Tale teoria fornì un modello fondamentale della sorgente visione del mondo razzista: 1) i dinamici bianchi entrarono nella terra degli indolenti nativi scuri; 2) essendo superiori, i bianchi stabilirono il loro dominio e imposero la loro lingua ai nativi; 3) essendo consci della razza, stabilirono il sistema castale per preservare la loro separatezza razziale; 4) ma essendo insufficientemente fanatici riguardo alla loro purezza razziale, qualche mescolamento con i nativi ebbe luogo lo stesso, rendendo gli Ariani indiani più scuri dei loro cugini europei e corrispondentemente meno intelligenti e dinamici; 5) quindi, per il loro bene potevano elevarsi grazie a una nuova ondata di puri colonizzatori ariani (op. cit., p.74).
Come questa descrizione non sia esagerata, lo mostra un brano citato da D.K. Chakrabarti in The Battle for Ancient India. An Essay in the Sociopolitics of Indian Archaeology (New Delhi 2008), dove l'esploratore A.C.L. Carlleyle scrive nel 1879:
We British Europeans are Aryans, and far more pure and genuine Aryans than the Hindus, and no talk of the Hindus can alter our race [...] It is the Hindus who have altered and deteriorated, and not we! The Hindu has become the coffee dregs, while we have remained the cream of the Aryan race. [...] The Hindu has become a sooty, dingy-coloured earthen pot, by rubbing against black aborigines rather too freely; and he consequently pretends to despise the white porcelain bowl.
Quello che colpisce in questo brano, oltre al razzismo esplicito e offensivo, sono le allusioni al disprezzo da parte degli 'Hindu'. Tanto astio appare una risposta piena di risentimento verso accuse di degenerazione da parte degli Indiani verso gli Inglesi. In effetti, nella tradizione indiana, molti popoli stranieri, tra cui i Persiani e i Greci (Yavana) erano considerati Kshatriya (membri della casta guerriera) degenerati per il loro abbandono del puro Dharma (la legge morale e religiosa), ed è possibile che gli Indiani dell'epoca applicassero tale antica nozione anche agli Inglesi, dopo aver accettato la parentela dei parlanti lingue indoeuropee. Il razzismo che esalta la propria superiore purezza evidente dal biancore della pelle sembrerebbe la risposta britannica a un disprezzo morale da parte degli Indiani: risposta piuttosto puerile, e che manifesta l'ottica decisamente materialista che sostiene il razzismo.
Molto diverse sono le conclusioni a cui arriva, dallo stesso concetto di 'Aryan', inteso però principalmente in senso linguistico, uno studioso indiano, Pandit Lachhmi Dhar Kalla, che pubblicò nel 1930 The Home of the Aryas, dove sostiene, con varie ragioni (tra cui quella dell'unitarietà tra accento vedico e protoindoeuropeo), che la patria originaria degli 'Aryas', ovvero i Protoindoeuropei, era l'Himalaya nordoccidentale. Nella conclusione, a p.106 e 107, afferma che gli Arii in passato hanno sempre sostenuto una sintesi con le razze che hanno incontrato: in India ci hanno dato il concetto del Bharata Varsha, l'India unita di tutte le razze (anche dravidici e munda) e in Occidente si sono uniti con le razze non-arie (gli indigeni europei) e le hanno elevate al livello della loro cultura. Per il futuro dell'India, prospetta anche un'unione con i 'gruppi culturali semitici' (rappresentati dai Musulmani e pare anche dai Cristiani) che chiama Neo-Hindustan. Alla fine, si lancia in un panegirico dell'azione unificatrice degli Arii:
After centuries of work, the Aryas have now prepared the world for such a larger unity of mankind by creating a common mentality in different races through the diffusion of the Aryan language in distant parts of the world. [...] We must thank the ancient Arya, the 'Indo-European' man, who thus long ago laid the foundations of the unity of the East and the West, and took the fire of his civilization to every home he could find.
Vediamo qui come il concetto di 'Aryan', che indica l'indoeuropeo ma porta con sé un'idea di nobiltà, potesse essere usato in senso non razzista, affermando una superiorità culturale che non porta però alla propria autosegregazione, ma ad un'unione con le altre razze e culture. Oggi anche una tale esaltazione culturale degli Indoeuropei appare pericolosa e inaccettabile (del resto lo stesso Kalla afferma di non voler ignorare il valore culturale dei Semiti e dei Cinesi), ma può essere ancora valido il richiamo a una cultura condivisa dai parlanti indoeuropeo, antico ponte tra alcuni popoli d'Oriente (Indiani e Iranici) e molti d'Occidente.
Particolarmente valida ci pare in particolare l'idea che gli Indoeuropei si siano fusi in Occidente con popoli locali non indoeuropei (perché gli 'aborigeni' dovrebbero essere sempre neri?), tra cui i Britannici, che geneticamente sono tra i più lontani dal panorama genetico degli Indiani, degli Iraniani, degli Slavi e dei Balti. Insomma, considerando questi i popoli più pienamente indoeuropei, i Britannici, anche dal punto di vista 'razziale' del Carlleyle, non risultano proprio "far more pure and genuine Aryans than the Hindus". In effetti, è veramente paradossale che un termine indo-iranico come 'arya' sia stato fatto proprio da popoli nordeuropei per poi pretendere di essere loro i veri 'arya'! Del resto, gli imperialisti non potevano certo concedere ai colonizzati e agli 'orientali' l'onore di costituire il popolo dei 'nobili'...

giovedì 16 aprile 2009

Invasione aria dell'India: mito o realtà?

In risposta al recente commento da 'Orientamenti', blog orientalista, sulla questione di una migrazione 'aria' o 'indoeuropea' proveniente dall'esterno dell'India, cito un altro articolo di genetica recente, di Sengupta e altri, apparso sull'American Journal of Human Genetics del febbraio 2006

our overall inference is that an early Holocene expansion in northwestern India (including the Indus Valley) contributed R1a1-M17 chromosomes both to the Central Asian and South Asian tribes prior to the arrival of the Indo-Europeans.

there is no evidence whatsoever to conclude that Central Asia has been necessarily the recent donor and not the receptor of the R1a lineages.

Questo significa che le teorie che hanno circolato sull'origine centrasiatica dell'R1a1 in India non sono sostenibili, ma anzi sembra vero il contrario, che l'Asia centrale abbia una presenza più recente rispetto all'area indiana dell'R1a1, il gruppo genetico candidato a rappresentare gli indoeuropei. L'articolo di Sengupta continua a dare per buono il dogma dell'arrivo degli Indoeuropei, senza collegarlo all'arrivo di questo gruppo come hanno fatto altri genetisti, ma non dà prova di tale migrazione.
Inoltre, gli studi dell'antropologo fisico K.A.R. Kennedy sugli scheletri harappani gli hanno fatto concludere che sono sostanzialmente affini a quelli delle popolazioni attuali e comunque non vi sono discontinuità tra il 4500 e l'800 a.C., quindi nemmeno nel periodo indicato per l'invasione aria, ovvero il II millennio a.C.
L'indologo Edwin Bryant, intervistando gli archeologi indiani negli anni '90, ha notato che l'opinione prevalente è che non ci sono prove dell'invasione. E ancora gli archeologi Shaffer e Lichtenstein hanno scritto nel 1999:

Outside influences did affect South Asian cultural development in later historic periods, but an identifiable cultural tradition has continued, an Indo-Gangetic Tradition linking diverse social entities which span a time period from the development of food production in the seventh millennium BC to the present.

Questo significa che l'archeologia non ci permette di parlare di una discontinuità della civiltà dell'India, quale si supponeva sulla base della teoria dell'invasione aria. Occorre chiedersi come sia sorta questa teoria, su basi meramente linguistiche (con pregiudizi eurocentrici), e come sia diventata un dogma accettato senza le più elementari precauzioni critiche.

Leggendo le pubblicazioni indologiche, colpisce come si parli della migrazione indoeuropea in India nel II millennio a.C. come un dato di fatto, senza darne nessuna prova. E' un'idea ricevuta dagli accademici del passato, tramandata proprio come un mito fondativo, e difesa strenuamente come un credo, la cui messa in discussione potrebbe far traballare le fondamenta della Chiesa indoeuropeistica... Gli anti-invasionisti sono costretti ad assumere i toni veementi di un Lutero, e ad essere emarginati come pericolosi eretici!


mercoledì 4 marzo 2009

Idee sugli 'ariani' in un sanscritista livornese agli inizi del Novecento

Leggendo l'introduzione di Paolo Emilio Pavolini, nato a Livorno, professore di sanscrito a Firenze dal 1901 al 1935, al suo Mahabharata. Episodi scelti e tradotti, del 1902, mi sono imbattuto in un passo significativo per la mentalità dell'epoca. Parlando del grande poema epico indiano, afferma che "l'esagerazione spinta fino alla mostruosità è la precipua caratteristica di questa poesia" (ottimo esempio di quella che il Pisani chiamerebbe 'estetica illuminista'), e fa degli esempi delle mostruose esagerazioni, però alla pagina successiva si lancia in questo commosso elogio:
"Ma tenuto conto di questo che è particolarità etnica, il poema parla con voce grandiosa e simpatica alla mente ed al cuore nostro. Poiché è il poema della razza ariana, della razza nostra, e lo pervade lo stesso spirito che anima l' Iliade e il Canto dei Nibelunghi : una vendetta da compiere ne è il nodo, la morte ne è lo scioglimento."
Qua, ci troviamo in tempi non sospetti, ben prima del nazismo e anche del fascismo, eppure si parla tranquillamente di razza ariana, che include i Greci omerici e i Tedeschi medievali: è evidente che i parlanti lingue indoeuropee sono anche immaginati appartenere a una stessa razza, accomunata da sentimenti e tematiche epiche.
Quindi, l'ideologia nazista e poi fascista della razza ariana si innestava su un terreno già predisposto, in una mentalità che dava per scontata questa categoria, almeno a livello accademico. Anche l'accentuazione tragica della vendetta e della morte sembra preludere al culto nazifascista della morte e della violenza e all'attrazione verso un fosco 'Crepuscolo degli Dèi', a cui andò fatalmente incontro quell'ideologia... Non c'è forse da meravigliarsi se suo figlio fu il celebre Alessandro Pavolini, fascista della prima ora, firmatario del 'Manifesto della Razza', ministro della Cultura Popolare dal 1939 al 1943, e infine terribile segretario del Partito Fascista Repubblicano, giungendo alla fine per fucilazione da parte dei partigiani...
Non si possono però addossare ai padri le colpe dei figli, e va detto che Paolo Emilio non risulta tra i firmatari del Manifesto della Razza (che comprendono invece un orientalista come Giuseppe Tucci, vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Leggi_razziali_fasciste e per una lista completa
http://www.carloanibaldi.com/novecento/anni30/manifesto.htm), del resto probabilmente a quell'epoca era ormai lontano dall'Italia e dai figli, avendo seguito l'amore per una giovane finlandese (vedi l'aneddoto in http://www.scribd.com/doc/3842895/Anhelli-di-Slowacki).
Infatti una sua grande passione era la Finlandia e la sua letteratura, sua è l'unica traduzione metrica del Kalevala. E si tratta qua di una lingua non 'ariana', ma ugrofinnica, anche se il finlandese presenta alcuni prestiti dall'indoario o dall'iranico...
Di fatto, in questa introduzione al Mahabharata non parla di superiorità della razza ariana, ma semplicemente di comunanza di sentimenti tra opere della 'razza ariana'. Bisogna ammettere che in periodo fascista, nel 1925, il Nostro pubblicò a Firenze un manuale comparativo di letterature straniere 'corredato di esempi con speciale riguardo alle genti ariane'. E rimane da chiedersi se Pavolini supponesse che le genti non ariane non abbiano i nostri stessi sentimenti e non riescano a parlare con voce 'simpatica al cuore nostro' (i finnici però gli hanno parlato ampiamente). D'altronde, questi ariani di Pavolini che parlano di vendetta e morte non sembrano poi così simpatici: per fortuna il Mahabharata è anche molto altro, è infuso di uno spirito molto più gioioso dell'Iliade e di una sapienza pragmatica e spirituale al contempo, capace di esaltare la non violenza e la simpatia universale invece della vendetta.

giovedì 26 febbraio 2009

Dove vivevano i primi Indoeuropei?


La questione indoeuropea nasce ufficialmente nel 1786 con il discorso di William Jones alla Royal Asiatic Society of Bengal (vedi sotto l'articolo L'incontro tra l'Occidente e la cultura sanscrita), in cui nota le affinità tra sanscrito, greco e latino (ipotizzando invece per gotico e celtico la commistione con un altro idioma), però già A. Jäger nel 1686 pubblicò un libro sullo 'scitoceltico', e il nostro Sassetti, come si dice nel già citato articolo, individuò già nel '500 le somiglianze tra numeri sanscriti, greci e latini.
Comunque, è nell'800 che si sviluppa l'indoeuropeistica con tutte le sue ipotesi sulla Urheimat. Inizialmente predominava l'ipotesi asiatica, perché si riteneva che l'umanità fosse venuta dall'Asia in Europa, e l'antichità del sanscrito incoraggiava una teoria indocentrica come quella di Friedrich Schlegel ('Sulla lingua e saggezza degli Indiani', 1808). Prevalse però un'ipotesi sull'Asia Centrale, con il focus sulla valle dell’Oxus e la Battriana, pare all'inizio (Rhode 1820) per le testimonianze avestiche sull'Airyanam Vaejo (regione menzionata nel Vendidad, interpretata come patria originaria degli Arii), poi per ragioni di paleontologia linguistica avanzate dal Pictet nel 1859, creando, come nota E. De Michelis in un saggio del 1903, un'ortodossia scolastica che durava ancora fino alla sua epoca.
Oggi l'ortodossia sta invece nell'ipotesi Kurgan della lituana M. Gimbutas (autrice di vari saggi a partire dal 1956), incentrata sull'area a nord del Mar Nero, dove si sviluppò una cultura pastorale originale dal V millennio a.C., caratterizzata dalle tombe a tumulo (dette kurgan) che sembra presentare un'espansione verso l'Europa, e che per la presenza di cavallo, carro, cultura patriarcale e simbolismo solare, è stata identificata con i Proto-Indoeuropei.
Un recente sostegno a questa teoria è venuto dalla genetica di Cavalli Sforza, che ha individuato una delle 'componenti principali' delle frequenze genetiche concentrata a nord del settore orientale della regione del Mar Nero.
La debolezza della teoria Kurgan mi pare però, oltre che nella mancanza di testimonianze scritte che provino l'affiliazione linguistica di questo popolo, nella scarsa attenzione alla sfera asiatica degli Indoeuropei: a un certo punto il popolo Kurgan viene mandato a invadere l'Iran e l'India, instaurando un dominio d'élite. Ma di tutto ciò mancano le prove. Tra il 4500 a.C. e l'800 a.C. non appaiono modificazioni fisiche negli scheletri nell'India nordoccidentale, e le incursioni di culture occidentali si fermano ai bordi della valle dell'Indo. Queste sono le date offerte da uno studio antropologico di K.A.R. Kennedy, che ha individuato una modificazione negli scheletri nel sito di Mehrgarh in Baluchistan solo tra il Neolitico e il Calcolitico, appunto prima del 4500 a.C., benché peraltro vi sia un’evoluzione lineare dal punto di vista archeologico, autonoma rispetto al Vicino Oriente (infatti nell’area indiana abbiamo soprattutto l’allevamento bovino e la coltivazione dell’orzo, in Vicino Oriente l’allevamento ovino e la coltivazione del frumento).
Dove sono quindi le tracce di una tale invasione di pastori nomadi a cavallo? Negli ultimi decenni archeologi come Shaffer, Lichtenstein e Lal hanno negato l’esistenza di tracce di un’invasione indoeuropea.
Forse andrebbe riconsiderata la teoria dell'indiano Sethna, che pensava ad una 'Aryan belt' dall'India nordoccidentale tramite l'Iran fino al Mar Nero. E il popolo Kurgan potrebbe essere un pollone, almeno a partire da un certo periodo, di una espansione degli indoiranici nel Calcolitico, per poi raggiungere l'Europa secondo la teoria di Gimbutas.
Dal punto di vista genetico, si è già visto nel precedente articolo che l'origine del gruppo R1a1 del cromosoma Y, che corrisponde alla componente in questione (indicata anche come M17) associata agli Indoeuropei, è da rintracciare nell'area indiana piuttosto che in Europa orientale.
Un vasto studio di Sengupta e altri, pubblicato sull’American Journal of Human Genetics del 2006
(http://www.pubmedcentral.nih.gov/articlerender.fcgi?tool=pubmed&pubmedid=16400607), cercando influssi centrasiatici in India, li ha trovati molto scarsi, e conclude che non è stata l’espansione indoeuropea a foggiare il panorama sud asiatico del cromosoma Y, ma un’evoluzione regionale.
E’ possibile quindi pensare che quelle varianti del cromosoma Y che l’India condivide con l’Europa orientale vadano interpretati nel senso opposto a quello ipotizzato dai teorici dell’invasione ariana dell’India.
Comunque sia, da un punto di vista linguistico ci muoviamo nel regno delle ipotesi indimostrabili, in mancanza di prove testuali. Quello che però gli indoeuropeisti dovrebbero maggiormente considerare, è la reale situazione delle conoscenze archeologiche dell'India, che non supporta le loro teorie aprioristiche.