mercoledì 7 ottobre 2009

Il sanscrito e le lingue dell'Italia antica: il caso dell'etrusco

Per chi pensasse che il sanscrito ha dei rapporti molto remoti con le lingue dell'Italia, nel quadro della vasta famiglia indoeuropea, potrà essere sorpreso nello scoprire che vi sono degli studi tendenti a rintracciare una presenza molto più diretta dell'antico indoario, nell'etrusco (principalmente con le opere di Bernardini Marzolla e di Caltagirone, la cui copertina appare qui a sinistra, ma anche quella di L. Magini "L'etrusco, lingua dall'Oriente indoeuropeo", del 2007) e nel siculo (con "La lingua dei Siculi" di Caltagirone, vedi anche qui).
A proposito dell'etrusco, ho tra le mani il libro "La parola agli Etruschi" di Piero Bernardini Marzolla, edizioni ETS, del 2005.


L'autore è un filologo classico, ex normalista (compagno di Ambrosini e Citati), nato a Perugia nel 1929, già autore nel 1984 di "L'etrusco - una lingua ritrovata" (ed. Mondadori). Lui stesso asserisce, nella premessa al testo del 2005, che la ricerca delle corrispondenze tra etrusco e sanscrito era partita dalla misteriosa parola itanim di una lamina d'oro di Pyrgi, che il Marzolla accostò al scr. idānīm "ora". Trovò poi hara su una pallottola di piombo per la fionda, corrispondente al scr. hara- "distruttore". Su una coppa, mleci kania è accostato a scr. mlecchī kanyā "barbara fanciulla". Alle parole ziva-s e lup-u, lup-u-ce, frequenti negli epitaffi, fanno riscontro scr. jīv- "vivere" e lup- "scomparire (morire)". Il libro prosegue con la spiegazione delle mutazioni fonetiche in etrusco, con l'elencazione dei suffissi, dei prefissi e dei composti di origine indoaria, con le ipotesi sulle origini degli Etruschi. Ipotesi che si concentrano sull'Anatolia, non solo per la tradizione riportata da Erodoto che voleva i Tirreni emigrati dalla Lidia in seguito a una carestia, ma anche per le iscrizioni simili all'etrusco dell'isola di Lemno, per l'elemento tarχ-, apparentemente anatolico, in vari nomi etruschi, per affinità figurative tra i rilievi volterrani e quelli di Xanthos in Licia e di Lemno. A tutto ciò possiamo aggiungere i risultati delle ricerche genetiche (vedi qui un articolo di sintesi), che ci mostrano le affinità degli abitanti di zone che possono aver mantenuto ascendenze etrusche quali Murlo, Volterra e del Casentino con gli attuali abitanti dell'Anatolia. E' notevole che anche gli abitanti dell'isola di Lemno si siano rivelati affini.
Quello che suggerisce il Marzolla è che la presenza dell'antico indoario nella lingua etrusca è dovuta alla presenza indoaria nel regno di Mitanni e nel Vicino Oriente del II millennio a.C., soprattutto nell'onomastica, e suggerisce che la lingua di questi indoarii sia sopravvissuta anche dopo il XIV sec. a.C., epoca del trattato di Mitanni che menziona le divinità vediche Indra, Mitra-Varuṇa e Nāsatya. Egli nota anche che dopo il 1200 a.C., con l'arrivo dei Popoli del Mare, si è avuto uno sconvolgimento del Vicino Oriente e del Mediterraneo, che ha provocato un periodo oscuro nella storia dell'Asia Minore e della Grecia. Marzolla si affida dunque alla testimonianza erodotea (Storie I.94), e suppone una migrazione dall'Anatolia analoga a quella greca degli abitanti di Focea. Un punto importante è che secondo lui "resta aperta la questione se l'etrusco sia una lingua non indoeuropea contaminata da una lingua di stampo indiano o, al contrario, una lingua di stampo indiano "sommersa" da una non indoeuropea."
Quello che potremmo ipotizzare è che nel popolo protoetrusco ci fosse una certa componente culturale indoaria dovuta ai regnanti di Mitanni e ai 'Marjanni', i guerrieri su carro con nomi indoarii che si erano diffusi nel Vicino Oriente, portatori di una scienza dell'allevamento del cavallo espressa nel trattato di Kikkuli di Mitanni. Tale componente culturale potrebbe essere legata a un semplice influsso, ma forse più plausibilmente alla presenza all'interno del popolo protoetrusco di un'élite guerriera (e forse anche sacerdotale) che portò con sé nomi propri e termini indoarii. A questo ci spingerebbero anche alcuni nomi come il gentilizio Arianaś citato dal Magini, presente nel territorio fiesolano, o lo stesso nome che gli Etruschi si davano, Rasna, riportato alla radice del sanscrito rājā. Il Magini riporta (op.cit., pp. 73-4) l'affermazione di Dionisio di Alicarnasso secondo cui gli Etruschi prendevano il nome dal loro capo Rasenna. Ora, questo nome ci riporta al sanscrito rājana- 'appartenente a una famiglia regale' o a rājanya- 'regale, uomo della casta regale o militare', e anche nome di una particolare famiglia di guerrieri (vedi il dizionario di Monier-Williams).
Torniamo quindi al lessico individuato dal Bernardini Marzolla. Nel corso del libro propone varie traduzioni di iscrizioni con l'aiuto dell'indoario, e alla fine riassume il tutto in un vocabolario etimologico etrusco. Abbiamo ais che significa 'dio' da scr. īś, īśa 'signore', aiśa 'regale, divino'; aus'a 'ardore', da scr. oa 'combustione, ardore'; capi, kapi, qapi, χapi 'qualcuno' da scr. ko'pi (da kas api); cumere 'fanciullo, principe' da scr. kumāra; eniaca 'altro' da scr. anyaka; rz 're' da scr. rājā; uasu 'ricchezza' da scr. vasu; uaz 'trofeo' da scr. vāja; Velaθri 'Volterra' da scr. velā 'confine; costa' e adri 'roccia, montagna' ('Monte di confine' o 'Monte costiero') e molti altri.
Vediamo termini religiosi e aristocratici ma anche del tutto comuni: se le interpretazioni con relative etimologie sono corrette, indicherebbe una presenza molto pervasiva dell'indoario, non maggioritaria ma tale da presupporre più di un vago influsso. Insomma, un elemento importante di quella irradiazione della civiltà dell'India verificatasi nell'antichità e nel modo più intenso forse nel II millennio a.C. dopo la profonda crisi che investì il subcontinente indiano. Un'irradiazione che ha raggiunto la lontana Italia, e che ha dato molto anche alla civiltà romana. In un recente convegno sull'argomento si è riaffermato che la fondazione di Roma seguiva un rituale etrusco, e questo ci potrebbe richiamare all'antica concezione indiana della città, anch'essa quadrangolare, con le strade ortogonali, fondata con la delimitazione dello spazio sacro segnato da fossati e da mura. E in etrusco, il nome riconosciuto della città è spur, analogo al vedico pur-, sanscrito pura- 'città'... Non solo, nel Dizionario della Lingua Etrusca di M. Pittau, si trova, accanto a spurana 'civico, urbano, pubblico', la variante [s]purane, e il pomerio, ovvero lo spazio sacro intorno alle mura, è identificato nel termine purapu. Esiste poi il nome al genitivo Puruhenas, gentilizio maschile che il Bernardini Marzolla associa all'importante epiteto vedico puró-han, 'distruttore di cittadelle, di fortezze', attribuito al dio guerriero Indra, ed analogo (semanticamente) all'omerico πτολίπορθος.












19 commenti:

  1. Sono pienamente d'accordo che gli etruschi provenissero dalla valle dell'indo, verso il 2000 a.C. per poi diramarsi verso la lidia e il nord italia: Palafitticoli-villanoviani-etruschi.Mario minissi

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  2. Molto interessante, ma come lo si può provare, o come è arrivato a questa conclusione?

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  3. Quello che si può provare (ma sarebbe troppo lungo in questa sede) è che le tesi di Marzolla sulla lingua degli Etruschi sono il frutto di una gigantesca allucinazione cognitiva. All'epoca anch'io ero rimasto affascinato dal libro "L'etrusco - una lingua ritrovata", ma ho poi compreso che è di una fragilità logica molto spinta.

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  4. Non si può lanciare il sasso e poi tirarsi indietro! Vorrei sapere quali sono le prove dell'allucinazione di Marzolla. Naturalmente le interpretazioni di Marzolla sono discutibili, ma come si possono confutare?

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  5. Prendiamo ad esempio i numerali etruschi: THU "1", ZAL "2", CI "3", HUTH "4", etc. Persino il Marzolla non può contestare il valore di numerali di queste parole e la loro assoluta divergenza dai numerali sancriti. Orbene, è logico pensare che una lingua complessa e di così magnifica tradizione come quella sanscrita perda proprio i numerali per prenderli a prestito da una lingua ignota? In realtà questi numerali una parentela ce l'hanno: con le lingue del Nord Caucaso, come il Ceceno, l'Ingush, l'Avaro, l'Urartaico (ad esempio nella lingua degli Hurriti KIGA significa "tre").
    Consideriamo poi il pronome MI "io", con il suo accusativo MINI "me". Marzolla, constatata la divergenza dal sanscrito AHAM "io" (parente del latino EGO, del gotico IK, etc.), deriva il pronome etrusco dal sanscrito ASMI "io sono", voce del verbo AS- "essere", che nei pracriti è diventato AMMI. Ma come spiegare l'accusativo in -NI? Come spiegare la perdita di un pronome e l'adozione di un verbo? Non ha senso.

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  6. Queste osservazioni mi lasciano un po' perplesso, perché il Marzolla non sostiene che tutto l'etrusco deriva dal sanscrito, ma solo una parte minore del suo vocabolario. Lui ammette una componente non indoeuropea della lingua come quella principale, anche se ora non ho il libro sotto mano e non posso fare citazioni. Anche il pronome MI non lo faceva derivare dal sanscrito, ricordo che lo metteva tra gli elementi specifici dell'etrusco, dove hai trovato la derivazione da ASMI?
    A proposito dei numerali, quello che dici sarebbe molto interessante, perché riconnetterebbe l'etrusco all'area del regno di Mitanni, dove la lingua più diffusa era l'hurrita... d'altronde, ho trovato piuttosto convincente la ricostruzione di Georgiev, che riconosce nell'etrusco una forte componente ittita.

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  7. Noto che altri due commenti da me apposti, che erano molto significativi, non sono stati pubblicati. Spero di vederli comparire, sempre che non siano andati dispersi. Quanto ho scritto sul pronome di I persona singolare si trova per l'appunto nel libro di Marzolla "L'etrusco - una lingua ritrovata": basta leggere con attenzione. Lì è esposta a chiare lettere la derivazine dell'etrusco MI dal sanscrito ASMI, con tutto quello che ne consegue. Posso riconoscere al Marzolla grandi doti di poeta, ma difficilmente le sue conclusioni potrebbero essere ritenute valide. Egli non riconosce l'origine indiana di una piccola parte del lessico etrusco, come tu sostieni, ma della sua massima parte, per poi attribuire a una seconda lingua, ignota e separata, tutto quello che non può spiegare. Addirittura è arrivato ad affermare che dire che l'etrusco da lui "tradotto" non è indiano è come affermare che il verso "schön singt die Nachtigall" non è tedesco. Naturalmente esistono molti prestiti da lingue del ceppo ittita in etrusco, ma di questo il Marzolla non parla, a quanto mi è noto.

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  8. Caro Antares, a quanto pare il Marzolla ha cambiato idea tra il suo libro del 1984 e quello che ho letto io, del 2005, come è comprensibile. Forse esaminando anche quello ti farai un'idea diversa delle tesi del Marzolla. In effetti lui non parla dell'ittita, ma, al di fuori dell'ambito indiano, parla solo di prestiti iranici, greci e semitici. Ti prego di riinviarmi gli altri tuoi due commenti.

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  9. Consideriamo poi l'uscita del nominativo singolare dei sostantivi maschili in -AS nel sanscrito vedico, evoluta in -AH nel sanscrito classico, scomparsa nelle attuali lingue dell'India. Ebbene, il Marzolla si immagina tutta una serie di esiti in etrusco: -AS, -S, -US, -UR, -U, -ES, -E, etc. Essi spaziano da forme di sapore vedico a forme contemporanee. Naturalmente in sanscrito classico c'è la trasformazione della desinenza -AH a seconda del suono iniziale della parola seguente. Nello pseudo-etrusco di Marzolla non c'è nulla di tutto ciò. Nessuna regola. Quello che Marzolla propone è una trasformazione caotica di una desinenza sanscrita in una serie di uscite etrusche incompatibili (scelte spesso per far tornare le sue traduzioni).
    Marzolla pretende di scardinare tutte le chiare conoscenze grammaticali ottenute da generazioni di studiosi tramite l'applicazione del metodo combinatorio.

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  10. Non sembra un po' strano che le iscrizioni che Marzolla traduce meglio e che sembrano più indiane siano proprio quelle in scriptio continua? Semplice: egli le può ritagliare come vuole, facendo poi collimare le sillabe ottenute con le voci trovate in un vocabolario sanscrito. Ad esempio in un'iscrizione egli interpreta APLU (che è il nome di Apollo) con il verbo sanscrito APLU- che significa "bagnarsi", "immergersi".
    I suoi trucchetti non funzionano con molti dei testi più recenti, in particolare con il Liber Linteus, così egli afferma che quei testi sono in un'altra lingua. Non sapendo spiegare una lingua, ne inventa due: una, più antica, simile al sanscrito; l'altra, più recente, di natura ignota, anche se a sua detta con numerosi prestiti iranici e semitici.
    Aggiungo altre brevi considerazioni.
    1) L'etrusco è una lingua agglutinante, che funziona più come le lingue dravidiche che non come quelle indoarie;
    2) Dove sono i composti, così abbondanti nel sanscrito?
    3) Dove sono i prefissi?
    4) Dove sono i termini del lessico di base, quelli ad esempio indicanti la parentela? Possibile che si sia conservata una parola tecnica per dire "figlio legittimo" e si siano persi termini elementari per dire "madre", "padre", etc.?
    5) Certe "illuminazioni", tipo XIMTHM tradotto come "dal freddo raggio" (mentre in realtà significa "e in tutti"), non spiegano l'occorrenza di termini simili (ad esempio XIMTH, XIM), in contesti in cui le traduzioni "poetiche" del Marzolla non hanno senso.
    Evidentemente c'è qualcosa che non quadra.

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  11. Onestamente, non ho letto il libro del 2005, ma ho trovato una sua descrizione nel web. Essa dice così:
    "A distanza di anni dalla pubblicazione del suo libro L'etrusco - una lingua ritrovata, l'autore riprende qui e sviluppa la sua scoperta di una fitta rete di rapporti tra lessico etrusco e lessico sanscrito, mostrando dettagliatamente come i vari tipi di mutazioni fonetiche rispetto al sanscrito siano gli stessi, ben noti, subiti in etrusco dai prestiti dal greco, e illustrando una serie d'importanti aspetti tra i quali il fatto che il lessico etrusco di origine "indiana" è, logicamente, di tipo "satEm" e che anche la "formazione delle parole" corrisponde a quella del sanscrito, con identità di prefissi e suffissi nonché di composti. L'autore avanza oggi l'ipotesi che l'etrusco "indiano" continui in qualche modo l'indoario, lingua che ha lasciato di sé poche ma sicure tracce (metà del II millennio a.C.) nel Vicino Oriente (alta Mesopotamia e Asia minore). Il grosso del libro è costituito dalla traduzione di iscrizioni, finora incomprensibili, resa possibile dall'individuazione degli equivalenti sanscriti di parole etrusche. Un capitolo è dedicato a iscrizioni su specchi di bronzo figurati, e il volume si chiude con un ricco Vocabolario etimologico etrusco."
    http://www.libreriauniversitaria.it/parola-etruschi-bernardini-marzolla-piero/libro/9788846712158
    Non mi sembra che ci siano stati cambiamenti significativi rispetto al primo libro; da quanto leggo nel tuo post, certe "perle" marzolliane sono rimaste praticamente immutate.
    Un caro saluto

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  12. Caro Antares, la descrizione che hai trovato forse non fa capire che Marzolla nel libro del 2005 non identifica l'etrusco con una lingua indoaria, ma solo una parte del suo vocabolario. La derivazione che citi di APLU è stata abbandonata, visto che il Marzolla riconosce che si tratti del nome di Apollo. A proposito di XIMTHM, mi pare che non lo abbia citato nel nuovo libro. Ti invito a leggerlo, se vuoi farti un'idea aggiornata delle teorie del Marzolla, che evidentemente a smussato certi eccessi 'giovanili'... Ho trovato alcune sue traduzioni piuttosto convincenti (particolarmente interessante quella della Resxualc & co.), altre più forzate, comunque per lo meno cerca di rispettare delle leggi di trasformazione fonetica, diversamente dal Semerano...

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  13. Ho trovato le fotocopie del libro, dove il Marzolla afferma che persino nel libro del 1984 egli dichiarava di non avere "nessuno speciale interesse a difendere a oltranza l'indoeuropeità integrale dell'etrusco" e poneva la questione se esso fosse una lingua non indoeuropea contaminata da una lingua di stampo indiano o una lingua di stampo indiano sommersa da quella non indoeuropea di una classe (o di un popolo) dominante. In conclusione (par.14), osserva: "La parte non indiana, con ogni probabilità non indoeuropea, è purtroppo quella di gran lunga prevalente. I testi di maggior dimensione restano almeno per ora intraducibili."

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  14. L. Della CIana31 maggio 2010 08:31

    Se fra duemila anni qualche linguista dovesse analizzare il giapponese, che è diventato un miscela di termini di origine cinese, inglese oltre a quelli orginari, immaginate le conclusioni...

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  15. In effetti, il giapponese ha tutto un vocabolario di origine cinese (e anche la scrittura) e ha assimilato molti termini inglesi. La sua idea è che questo farebbe pensare, a chi ignorasse la storia del Giappone, che i giapponesi vengano dalla Cina e in parte dal mondo anglosassone? A proposito degli Etruschi, nel caso ci fosse davvero un lessico di origine indoaria, bisognerebbe ammettere un contatto diretto con parlanti indoario, e forse una presenza di tali parlanti nell'élite. Certo potrebbe essere un semplice influsso culturale, ma in quale forma? Il Giappone era facilmente in contatto con la Cina via mare, non si può dire lo stesso per gli Etruschi in Italia rispetto all'India. Però lo si può pensare per i proto-Etruschi abitanti dell'Anatolia rispetto ai sovrani di Mitanni nell'Anatolia orientale.

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  16. L'ultima osservazione mi sembra la più logica. In Etruria (Tusha Tursha) è successo, più in piccolo ciò che era già successo con l'elite guerriera di Mitanni. Un innesto su una popolazione preesistente di genti forestiere, una nobiltà guerriera e commerciale che ha imposto buona parte delle sue usanze, ma ovviamente si è amalgamata nei secoli con la popolazione locale, quindi linguisticamente non è certo riuscita a cambiare totalmete la struttura di una lingua, ma magari solo a lasciare tracce piuttosto profonde in essa. Quelle tracce che possiamo definire "sanscrite" ma che più probabilmente risalgono al contatto delle terre di Lidia coi Mitanni, e alle popolazioni affacciate sulle sponde del mediterraneo orientale, alla fine dell'età del bronzo. Queste popolazioni durante l'età del ferro si sguinzagliano via mare nel mediterraneo, forse spinte da crisi economiche, da commerci, da ricerca di siti minerari... del resto abbiamo tracce in sardegna dei Filistei (macomer/Macom Sisara, e ancora oggi Monte Ferro lì a due passi) oppure Populonia (Phuphluna, elba etc. con le miniere di pirite e ferro...) E' innegabile che nel periodo etrusco orientaleggiante, una ventata di "oriente" sia giunta sulle coste italiche, e con essa anche un pò di termini linguistici inevitabilmente.
    Almeno così io credo, cordiali saluti, Claudio Tabasso.
    .

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  17. Sfogliando il libro di Marzolla del 1984 ho due nette sensazioni: in primis che cadere nell'astratto concettismo di "indoeuropeo" vs "anindoeuropeo" sia estremamente fuorviante per quanto riguardi il quadro linguistico dell'antichità - peraltro remota; infine che l'opposizione apparente dei due termini derivi in ultima analisi dalla concezione tutta moderna che non solo ad una unità linguistica corrisponda una unità etnica (il che in termini di sincronicità potrebbe anche essere corretto, se pure non sempre) ma che, individuata una diacronia filogenetica delle lingue, ad una presunta "unità" linguistica remota corrisponda necessariamente una diretta filiazione etnica. Non è peregrino dopotutto che nel libro del Marzolla, proprio nelle prime pagine, si ribadisca come, a detta sua, il problema delle "origini" del popolo etrusco sia stato messo da parte troppo semplicisticamente dagli etruscologi. Cosa che non è. L'etruscologia ha in realtà inquadrato come dibattere delle origini "orientali" o "autoctone" degli Etruschi fosse in realtà un interrogativo ingenuo, così come ingenuo è dibattere della lingua tirrenica nei termini di "indoeuropeo"/"anindoeuropeo". Quanto poi a fare coincidere i due "problemi" (nati da prospettive fiduciose ma errate) si scadrebbe davvero nella più sognante ingenuità.

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  18. Una allora assai nota giornalista, facente capo al più importante e prestigioso quotidiano della sinistra, mi si proclamò grande estimatrice del libro del Bernardini Marzolla appena edito dalla Mondadori; mi disse di giudicare in base alle conoscenze glottologiche apprese durante il suo "cursus" universitario, e in proposito mi mise in guardia(qualcosa come "guardi che a me non la si fa"). Come poteva giustificare quanto sosteneva dopo aver letto le assurde, risibili, amena la "cutrettola" di Volterra, "traduzioni" del Bernardini Marzolla?, incalzavo io; si, c'erano un paio di termini "azzeccati", ma la fonte, tenuta ben nascosta, era il nostro povero, bistrattato(apparentemente anche dal B.M., che qualcosa comunque era riuscito a capire), Alfredo Trombetti, La Lingua Etrusca, secondo un procedere consueto tra questi improvvisati scopritori (lo stesso faceva il Georgiev, e allo stesso modo il più recente Adrados). Mi venne un grosso dubbio nella nostra conversazione; chiesi alla giornalista: ma, Signora, il libro di B.M. l'ha letto? No, non l'aveva letto! Dunque parlava per sentito dire.

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  19. Sono parte di quel mondo "accademico" che non ha accolto positivamente, anzi le rifiuta, le opere di P. Bernardini Marzolla. Quando mi va di farmi "quattro risate" con gli amici leggo alcune delle più divertenti traduzioni del B.M.:la cutrettola di Volterra, dominatrice del bosco, la fanciulla barbara che rifiuta il ballo... Molto indietro, ben nascoste, ci sono le idee del nostro povero Alfredo Trombetti, La Lingua Etrusca, saccheggiato cripticamente dal dilettante di turno.

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