domenica 12 luglio 2009

Un ricordo di Ashoka

Chi era Ashoka? Sicuramente uno dei più significativi sovrani della storia umana, e il più celebre della dinastia Maurya che regnò sull'India settentrionale per 140 anni (quanto gli Inglesi, nota il Wolpert nella sua Storia dell'India). Ashoka regnò dal 269 al 232 a.C., e la sua politica conobbe una svolta nel 261, dopo la sanguinosa conquista del regno di Kalinga (attuale Orissa), che pare abbia toccato profondamente il sovrano, fino a indurlo a convertirlo ai principi non-violenti del Buddhismo, che lui iniziò a propagandare su editti (incisi su pietra e colonne), presentandoli come principi etici universali.
Alla fine di un interessante libello dell'indologo (professore di sanscrito a Roma dal '31 al '41) Carlo Formichi, "Apologia del Buddhismo", che ho nella seconda edizione del 1925, si trova un appassionato elogio di Ashoka, come esempio di riuscita applicazione dei principi buddhisti alla vita sociale e politica. Scrive il Formichi, introducendo l'argomento:

Dopo più di due millenni le rocce e le colonne incise dalla fede del grande Imperatore proclamano ancora all'umanità le leggi eterne della morale e ci parlano un linguaggio che sembra quello della nostra coscienza emancipata dalle pastoje del tempo e dello spazio. Noi veneriamo, noi ci prosterniamo dinanzi all'India che dal suo suolo ha ridato alla luce gli editti di Açoka. È una terra benedetta, è il paese sacro all'avvenire.

Come prova dell'adozione di una politica di pace invece che di conquista, in un'attitudine di amore universale che supera la nozione stessa di nemico, si può citare uno dei due editti ai Kalinga (le citazioni sono dal testo di Formichi):
Tutti gli uomini sono miei figliuoli: e così come desidero che i miei figliuoli godano d'ogni sorta di prosperità e felicità in questo e nell'altro mondo, del pari bramo lo stesso per tutti gli uomini.
I popoli confinanti non abbiano paura di me, e sappiano ch'io desidero recar loro gioia
non già afflizione, e avrò con loro tutta la pazienza possibile.
L'editto forse più impressionante per un moderno, per la sua limpida formulazione della tolleranza religiosa, è il dodicesimo su pietra, che recita:
Sua Maestà il re santo e grazioso rispetta tutte le confessioni religiose, ma desidera che gli adepti di ciascuna di esse si astengano dal denigrarsi a vicenda. Tutte le confessioni religiose vanno rispettate per una ragione o per l'altra. Chi disprezza l'altrui credo, abbassa il proprio credendo d'esaltarlo.
Nonostante la tolleranza, Ashoka mantenne severità nelle punizioni, anche in modi che a noi appaiono eccessivi (e certamente incoerenti con l'insegnamento non-violento del Buddha), ammettendo la pena di morte, perfino - riporta il Formichi - per chi in certi casi non pagava le tasse, mentre lo spergiuro e il furto erano puniti con la mutilazione. D'altro canto, in un altro celebre editto si dichiarava la limitazione dell'uccisione di animali per le mense di corte, e se ne prefigurava la cessazione completa. In un altro, il sovrano rende noto di aver fondato stabilimenti per ricoverare, curare, distribuire medicinali, soccorrere i poveri, gli infermi, i pellegrini, ha provveduto sulle vie carovaniere pozzi, alberi fruttiferi e frondosi per nutrire e dare ombra.
Quello che è particolare nella politica di Ashoka, è che non si limita alle punizioni, ma vuole promuovere la Legge, il Dharma, la norma etica universale tramite gli editti e i funzionari, i 'supervisori della legge' (dhammamahāmatta). Come dichiara negli editti su colonne:
Dopo ventisei anni dalla mia consacrazione è cresciuto, in grazia alle mie istruzioni, l'amor della gente per la Legge di pietà e sempre più crescerà. [...] Eccelsa è la Legge di pietà. Essa consiste in poco peccato e molte opere buone, nella compassione, nella liberalità, nella veracità e nella purità. [...] Perché gli uomini si conformino ai precetti della Legge di pietà, è necessario che la conoscano, sieno in essa bene istruiti. Perciò ho inviato dappertutto nel mio regno Commissari a predicare la Legge di pietà e ad istruire in essa la gente, ed ho fatto inscrivere su colonne i santi precetti.
Tutto ciò può apparire eccessivamente paternalista e proprio dell'aborrito 'Stato etico', eppure ancor oggi usiamo 'pubblicità progresso' per istruire il popolo, propagandiamo valori e principi di tolleranza e civiltà. Forse l'eticismo illuminato di Ashoka è più realistico del liberalismo amorale e utilitarista, e il semplice giustizialismo non può dare una forma valida alla società umana, senza l'affermazione di un sistema di valori condiviso che dia un'indicazione del senso ideale della vita in comune, nel rispetto del pluralismo.

1 commento:

  1. magari ci fossero milioni di ashoka in giro per il mondo

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