sabato 1 ottobre 2011

Il Simposio dei giovani indologi a Parigi e l'avvenire dell'indologia

 
 
Ieri si è concluso, qui a Parigi, il terzo "International Indology Graduate Research Symposium" (vedi http://iigrs.byethost17.com/), iniziativa partita dall'Inghilterra, che ha coinvolto molti brillanti indologi italiani ormai sparsi per l'Europa, come gli studiosi di grammatica sanscrita Paolo Visigalli e Giovanni Ciotti, gli studiosi di filosofia Marco Ferrante, Daniele Cuneo e Elisa Ganser, e lo studioso di letteratura indo-persiana Svevo D'Onofrio. Oltre a loro, erano presenti studiosi britannici, francesi, tedeschi, cinesi, un'americana e l'implacabile Pandit indiano Gopabandhu Mishra, professore di sanscrito all'Università 'Paris 3', che ha messo alla prova con i suoi rapidissimi śloka (strofe sanscrite) quasi ogni oratore.

L'impressione generale è quella che l'indologia sia una disciplina molto articolata, che comprende linguistica, logica, metafisica, storia, filologia, epigrafia, antropologia sociale e religiosa, per di più suddivisa tra le tradizioni brahmanica (con tutte le sue suddivisioni interne), buddhista, giainista, islamica... un ascoltatore esperto di una branca dell'indologia si troverà facilmente spaesato in un'altra. Si può arrivare alla conclusione, come mi ha detto l'amico tedesco Sven Wortmann che ha partecipato al convegno, che l'indologia non è una disciplina. In effetti, come può lo studio di una civiltà configurarsi come una disciplina unica? E' vero che quello che accomuna gli studi presentati in questo convegno è generalmente un riferimento filologico al testo, ma i testi stessi possono essere di generi talmente differenti da rendere l'idea di un'unica 'scienza' indologica piuttosto improponibile. In ambito di studi classici, non esiste un'Ellenologia o una Latinologia. Esiste Letteratura greca, che può comprendere qualsiasi testo, ma si concentra su quelli a intento più specificamente letterario, e poi Storia greca, Filosofia greca, Filologia greca, Epigrafia greca, Papirologia... Ovviamente, il maggiore interesse in Occidente per la cultura greca ha permesso lo svilupparsi di una tradizione accademica più articolata.
D'altronde, è vero che non bisogna eccedere con le specializzazioni, e la civiltà indiana ha una sua identità complessiva che, per quanto variegata, si distingue per la sua specificità da quella di altre civiltà, con alcuni leitmotiv che risuonano simili nelle sue diverse tradizioni. In un convegno di 'indologi' però, si richiederebbe di non presupporre che gli ascoltatori conoscano il contesto del proprio oggetto di studio, e una introduzione per iniziare i profani, come suggerito alla fine del convegno, sarebbe auspicabile.   

Un'altra questione che sorge è: qual è lo scopo dello studio filologico? E' semplicemente il progredire della conoscenza, fine a se stessa, dei testi di un'antica civiltà o qualcosa d'altro? In ambito accademico, sembra non porsi mai il problema. I professori insegnano, aprendo orizzonti affascinanti, ma senza generalmente spiegare perché uno dovrebbe impegnarsi nello studio della loro materia. Eppure la questione andrebbe affrontata, non solo per ragioni esistenziali (qual è il senso vitale di questo studio) o pratiche (l'inserimento in un percorso professionale), ma anche per giustificare l'esistenza di una disciplina accademica, che rischia di non essere più sostenuta dallo Stato per mancanza di rilevanza economica e sociale o perché appare remota, priva di relazione con la cultura occidentale e con l'attualità. Probabilmente ogni indologo saprebbe cosa rispondere a questa questione. Il nostro interesse per la civiltà indiana è dovuto a qualche risonanza interna e consonanza che ci ha portato ad approfondirla e a trovarvi qualcosa di prezioso. Forse abbiamo pudore a dichiararlo, perché l'accademia richiede semplicemente che uno faccia 'scienza'. Eppure bisognerebbe esplicitare quale interesse abbia l'India antica per il mondo di oggi, quale messaggio universale, e a cosa mirino i nostri studi, che altrimenti possono apparire come un coacervo di astrusi problemi filologici che servono solo a pubblicare articoli su riviste specializzate. Le scienze umane hanno le loro radici nell'Umanesimo e nell'Idealismo, filosofie oggi poco di moda. E l'Orientalistica, pur essendo un aspetto dell'imperialismo europeo, era partita come il sogno di un nuovo Umanesimo (la Renaissance orientale), ma rischia di perdersi in uno storicismo positivistico che interessa a ben pochi. Spetta a noi della nuova generazione di indologi unire l'imprescindibile rigore filologico a una prospettiva di ampio respiro...

domenica 31 luglio 2011

Mille sentenze indiane - Enumerazioni 6

935. Chi genera, chi educa, chi insegna la scienza, chi dà il cibo, chi salva dal pericolo: questi cinque sono ricordati come padri.
936. Un figlio della stessa madre; un compagno di studî; un amico; un infermiere; un compagno di viaggio che ami discorrere: questi cinque sono considerati come fratelli.
941. La scienza, l'arte, l'attività, la dottrina, gli amici sono cinque tesori inesauribili, che i ladri non possono rapire.
946. Il sogno di un ammalato, di un afflitto, di un ansioso, di un innamorato e di un ebro, non si realizza mai.
955. Esagerata pulizia o mancanza di pulizia; soverchio biasimo, soverchia lode; eccesso di cortesia o scortesia – sei indizi dello stolto.
 956. Il pigro, il tardo di mente, il felice, l'ammalato, il dormiglione e l'innamorato – questi sei sono fuori della legge.
 
 
 
 
 

venerdì 11 marzo 2011

Un nuovo libro sull'archeologia dalla Mesopotamia all'Indo

Recentemente è apparso un volumetto molto denso e stimolante sul quadro archeologico di un'area che va dalla Mesopotamia all'India: "A oriente di Sumer". L'autore è un archeologo italiano che ha partecipato a scavi in Iran, Pakistan, India, Nepal, Turkmenistan... collaboratore tra l'altro di un importante specialista di archeologia harappana, Kenoyer. Qui si trova il suo curriculum.

Il testo descrive moltissime civiltà, dai Sumeri agli Elamiti, dalle culture dell'Iran orientale a quelle di Battriana e Margiana, fino alla valle dell'Indo. Usa una singolare definizione di 'Asia meridionale', che invece di indicare il subcontinente indiano (come nell'uso inglese di 'South Asia') ingloba le regioni aride o semiaride di Mesopotamia, penisola araba, altopiano iranico, rilievi afghani e valle dell'Indo. Affronta molte interessanti questioni teoriche sulla natura degli stati protostorici, con osservazioni molto acute sulla civiltà harappana. A proposito dei sigilli di steatite nota (p.125) che, di forma, struttura e uso standardizzato, ricordano più i nostri documenti di identità  che i cilindri mesopotamici. Questo concorda con quello che si dice nel Mahābhārata (III.654, ed. Bombay): "chi è senza sigillo non esce né entra nella città di Vṛṣṇyandhaka". E Vidale aggiunge a proposito dei simboli animali: "Si pensa che l'animale segnalasse subito anche a chi non sapeva leggere la principale identità sociale del portatore". A proposito dell'oggetto davanti all'unicorno, afferma che "resiste a ogni tentativo di comprensione". Invito a leggere un mio post precedente sull'argomento, che riporta la sua convincente identificazione (da parte di Mahadevan) con un filtro e bacino per il Soma. Ma tornando agli animali simbolici, colpisce l'osservazione che i sigilli indiani trovati in Iran, nel Golfo Persico e in Mesopotamia recano solo l'immagine del gaur (bisonte indiano), il che fa pensare "che gli animali identificassero precisi ruoli sociali". E suppone che, essendo il simbolo più comune sui sigilli,
l'unicorno forse indicava una responsabilità e competenza comune nelle città del III millennio: quella degli amministratori di dettaglio dell'economia urbana. Già molti anni fa, del resto, Carl G. Lamberg-Karlovsky aveva ipotizzato che le figure animali sui sigilli comunicassero alla popolazione urbana delle precise coordinate occupazionali o sociali: «[...] La civiltà dell'Indo presenta un considerevole numero di elementi che suggeriscono la presenza dei gruppi di lignaggio endogami strutturati su linee occupazionali tanto importanti alla formazione delle caste»(pp.125-7).  
Tra questi elementi c'è certamente la divisione delle città in settori distinti, racchiusi da recinzioni murarie con specifici accessi (come osserva a p.118 per Harappa):
La capacità di classificare, accorpare e segregare le comunità urbane come fece la civiltà dell'Indo dagli inizi del III millennio a.C. presuppone un forte consenso collettivo, garantito solo da una pervasiva ideologia comune del vivere sociale. [...] queste società si basavano su un sistema chiaramente espresso di segmentazione sociale [...] Non dobbiamo cercare nelle società del Bronzo dell'India una struttura castale formalizzata come quella dell'Induismo, quanto piuttosto considerare la possibilità che entrambe le forme (quella "corporata" dell'Indo e quella delle caste di età storica) derivino da un antenato comune di incommensurabile influenza storica. (pp.142-3)
Si suppone quindi una radice della segmentazione sociale in India che continua tra la civiltà harappana e quella dell'India storica. E si intravede un'ideologia unificante analoga al Dharma del Brahmanesimo classico, che costituì la struttura portante della società indiana attraverso i secoli. La divisione in caste non deriva quindi da un'invasione di ariani razzisti, ma da una tradizione antichissima, che dimostra che non ci sono state nella civiltà dell'India innovazioni radicali portate da invasori, prima del dominio islamico e poi britannico. Gli stessi studi genetici sulle caste attuali hanno mostrato l'origine autoctona di questo sistema, che porta a un potere politico 'eterarchico', cioè "condiviso tra diverse famiglie e comunità urbane, sulla base di precise regole istituzionali." (p.142)
Questa suddivisione del potere costituiva naturalmente un limite al potere centrale, ed è questa caratteristica che rese la civiltà indiana meno monarchica di quella egizia, mesopotamica o cinese. Il re c'era ed aveva un ruolo fondamentale, ma il suo potere era limitato dall'aristrocrazia guerriera (gli Kṣatriya) e dai Brahmani. Ed era inserito nell'ambito del Dharma, in un sistema di rapporti sociali non modificabili arbitrariamente, ma tramandati sotto la custodia dei Brahmani, gelosi della loro autonomia e sostenitori della loro supremazia ideale nell'ordine sociale. Com'è noto, è un sistema molto simile a quello celtico, che si suddivideva in una classe intellettuale di druidi, bardi e 'vati', un'aristocrazia guerriera e il resto del popolo. E anche se nelle altre culture indoeuropee spesso mancava una forte élite sacerdotale, un'aristocrazia guerriera esisteva, dando origine a sistemi assembleari che si costituirono anche come repubbliche aristocratiche, per poi 'allargarsi' in alcune città greche in democrazie.
C'è da chiedersi se Kṣatriya e Brahmani fossero già presenti nella civiltà dell'Indo. Se seguiamo la tradizione indiana racchiusa nei Veda, nell'Epica e nei Purāṇa, c'erano sicuramente, divisi in Gotra (lignaggi) e in tribù. Il Ṛgveda, che può essere coetaneo con la tarda civiltà harappana, ci parla di Brahmani e Kṣatriya, e degli antichi Ṛṣi e re. 

 
Ceramica harappana


Ceramica greca geometrica

















Possiamo pensare che questa cultura aristocratica si diffuse nel terzo e secondo millennio in Asia centrale e in Anatolia (e con i Maryanni in gran parte del Vicino Oriente), nella Grecia micenea, nell'Europa centrale celtica (Halstatt) e in Italia. Portando con sé le lingue indoeuropee, sistemi legali e anche una mentalità sistematica e razionale, che derivavano dalla cultura dell'Età del Bronzo indoiranica. Vidale osserva che nei siti dell'Indo emerge "un forte interesse per la geometria e la simmetria, esteso dagli impianti urbani, forse orientati seguendo allineamenti astronomici, alle forme degli ornamenti di lusso" (p.122). E' notevole che un analogo interesse per la geometria e la simmetria si ritrovi nelle città-palazzo di Battriana e Margiana (civiltà dell'Oxus) che appaiono tra il 2500 e il 1700 a.C., spesso rettangolari, orientate verso i punti cardinali e protette da fortificazioni con torri angolari, oppure strutture ad anelli concentrici. Tali forme sono paragonate alla geometria dei coevi sigilli a stampo battriani, che riportano croci (magari con svastica al centro) e cerchi concentrici (vedi pp.81-85). E un analogo interesse per la geometria urbanistica troviamo in Grecia (dove abbiamo cittadelle fortificate sin dall'epoca micenea), presso gli Etruschi (pare per influsso greco) e infine presso i Romani (per influsso etrusco, ma continuando la mentalità geometrica-razionalizzante indoeuropea che i Romani realizzarono in modo sistematico). Simile attenzione per la geometria, con motivi ricorrenti come gli scacchi e lo svastika, troviamo nella ceramica dell'Indo, iranica, frigia e greca del cosiddetto 'periodo geometrico'. Forse possiamo ammettere una genealogia per queste affinità tra popoli parlanti lingue indoeuropee, che affonda nell'Età del Bronzo tra valle dell'Indo, dell'Amu Darya e dell'Hilmand, per poi spostarsi sempre più a ovest nel corso dei secoli.



Vidale, di fronte alla teoria dell'invasione aria dell'India, si pone con scetticismo. Scrive a pp.111-2:


Il nucleo di testi religiosi più antico, i Veda [...] erano stati datati dai filologi - su basi molto arbitrarie - intorno alla metà del II millennio. Religiosi e storici concordavano nel fissare a tale data gli eventi che traspaiono dagli inni del Rgveda e con essi un'ipotetica migrazione dall'entroterra afghano degli Arii, immaginaria e bellicosa popolazione di allevatori di lingua e cultura "indo-arie". Malgrado la tradizione non sia suffragata da alcuna prova archeologica, l'idea di questa primigenia invasione etnica sostiene ancora la fede religiosa sulla "purezza di sangue" di Brahmani e Kshatrya, i due ordini superiori delle caste indiane, che affermano, appunto, di discendere in linea diretta dagli Arii.
Purtroppo Vidale segue qui l'interpretazione capziosa del racconto vedico nel senso dell'invasione aria dall'esterno, ignorando apparentemente che la fede religiosa tradizionale non ammette questa invasione, e che se attualmente Brahmani e Kshatriya sostengono di discendere dagli Arii invasori c'è di mezzo lo zampino dei Britannici, che, sin dall'Ottocento, hanno diffuso in India come un dato di fatto la teoria invasionista. D'altronde, a p.131 riporta che "per molti il Rgveda non narrerebbe invasioni, quanto metafore religiose sulla pioggia e la fertilità ben collocabili nell'ideologia di gruppi pastorali nomadici". Questa è un'idea allegorizzante un po' estrema, non è che nel Ṛgveda non ci siano battaglie e spostamenti militari, ma avvengono all'interno delle pianure indiane. Inoltre anche l'identificazione della cultura rigvedica come puramente nomadica è capziosa, visto che include l'agricoltura e la presenza di edifici stabili (si leggano in proposito Bhagwan Singh, R.S. Bisht e S.P. Gupta).
Vidale continua dicendo che tra i nomadi centrasiatici di Andronovo, da identificare con gli indo-iranici per alcuni teorici, e i Medi loro supposti discendenti resta un abisso di mille anni, e che le ceramiche di Andronovo non sono mai state trovate lungo l'Indo.

Ancora una volta, dunque, l'archeologia smentisce la teoria dell'invasione centrasiatica, e anzi potrebbe aprire interessanti orizzonti di un movimento culturale dall'India verso ovest, fino all'Europa, le cui radici orientali sembrano rivelarsi sempre più chiaramente. 
  


Gonur Tepe, Margiana


  

  





domenica 9 gennaio 2011

Mille sentenze indiane - Enumerazioni 5

915. In ogni adunanza, opinione diversa; in ogni vaso, latte nuovo; ad ogni generazione, nuove costumanze; in ogni bocca, nuove parole.
918. Il corpo è la legna per il fuoco dell'ira, il denaro è la legna per il fuoco dell'amore, la scienza è la legna per il fuoco della verità, il mondo è la legna per il fuoco della conoscenza (suprema).
927. È scïenza velen, male imparata:
veleno il cibo, male digerito;
al povero è velen lieta brigata;
bella ragazza al vecchio rifinito.
933. Della stessa stoffa sono il brammano, la luna e il sandalo; della stessa stoffa la donna, il liuto e il cuculo; della stessa stoffa il cavallo, la spada e il guerriero; della stessa stoffa il legno, lo stolto e l'asino.

  

lunedì 27 dicembre 2010

L'ardore e la storia - 2



 
Ora che ho finalmente tra le mani il pregevole libro di Calasso, posso fare una rettifica: non è che il nostro autore sia ignaro delle teorie alternative, piuttosto le liquida sommariamente, seguendo probabilmente Witzel, citato varie volte, anche se non a questo proposito. Scrive infatti Calasso (p.26):
"Da alcuni anni è in corso un'affannosa ricerca di ossa di cavallo da disseppellire nel Panjab. Brandite come armi improprie, dovrebbero servire a sgominare e disperdere gli aborriti Indoeuropei venuti da fuori, di là dal Khyber Pass, dimostrando che la loro novità - il cavallo - apparteneva già a quei luoghi. [...] Quanto ai guerrieri montati su carri con cavalli, non ve n'è traccia nei sigilli della civiltà dell'Indo."

Per guerrieri montati su cavalli (senza carri), bisogna aspettare i reperti di Pirak, nel Belucistan, successivi al 1800 a.C. (vedi qui per un'immagine). Come nota giustamente Calasso, l'uso vedico del cavallo, come in Medio Oriente e in Egitto nel II millennio a.C., è associato al carro, di cui il Nostro dice altrove parlando degli Ārya (pp.19-20): "Si muovevano periodicamente su carri con ruote provviste di raggi. Quelle ruote furono la grande novità che apportarono: prima di loro, nei regni di Harappa e Mohenjo-daro si conoscevano solo le ruote compatte, solide, lente."

Questo è un tipico mito della scuola invasionista: come si può vedere dalle due immagini sopra, a sinistra troviamo su una tavoletta convessa di Harappa il simbolo della ruota con raggi (vedi l'immagine con commento a questa pagina), che qui appare isolato, ma è usato comunemente nella 'scrittura vallinda'. A destra vediamo invece ruote giocattolo dai siti di età harappana Banawali e Rakhigarhi (nello stato indiano dello Haryana) con evidente indicazione di raggi, dipinti e in rilievo.

Secondo mito: l'assenza del cavallo nei siti 'harappani'. Qui a sinistra (dall'articolo di Michel Danino The Horse and the Aryan Debate) abbiamo una statuetta di terracotta da Mohenjo daro: anche se non particolarmente dettagliata (cosa normale per questo genere di manufatti), la lunghezza del collo, la figura slanciata, l'attaccatura della coda, la fanno identificare con un cavallo, come già fece Mackay nel 1943. Un altra figurina di terracotta con corpo e coda tipicamente equini è quella a destra, proveniente dal sito harappano maturo di Lothal nel Gujarat. Altri esempi si possono trovare nello stesso articolo (una piccola testa di cavallo tra pedine da gioco!) e nell'articolo di Rajaram Vedic-Harappan Gallery. Benché si tratti di poche raffigurazioni, questa sembra essere la norma in India prima del III sec. a.C., come osserva Danino nel già citato articolo: " “the first deliberate and conscious attempt of shaping a horse in durable material like stone was witnessed in the art of the Mauryas in India,” writes historian T.K. Biswas. Another historian, Jayanti Rath, commenting on the animals depicted on early Indian coins, remarks: “The animal world of the punch-marked coins consists of elephant, bull, lion, dog, cat, deer, camel, rhinoceros, rabbit, frog, fish, turtle, ghariyal (fish eater crocodile), scorpion and snake. Among the birds, peacock is very popular. The lion and horse symbols appear to have acquired greater popularity in 3rd century B.C.” "
Potremmo anche aggiungere che negli inni rigvedici l'animale che più ricorre e risalta come simbolo non è il cavallo, ma il toro (insieme alla vacca): Agni, Indra e altri dèi sono chiamati spesso 'tori' (vṛṣa), e questo concorda con la preponderante iconografia bovina dei sigilli harappani. Inoltre, quando i poeti-sacerdoti celebrano i benefattori, menzionano spesso doni di centinaia di vacche ma di pochi cavalli: ṚV VII.18.22-23 parla di 200 vacche e 4 destrieri offerti come ricompensa dal sovrano vittorioso Sudās... E il famoso sacrificio del cavallo (aśvamedha) era fatto solo dal sovrano che voleva celebrare il suo dominio universale...
D'altro lato, se è vero che il cavallo diventa più frequente nel periodo tardo harappano (successivo al 1900 a.C.), si tratta proprio del periodo in cui situo la maggior parte della redazione del Ṛgveda.

Ma a parte le raffigurazioni, abbiamo la testimonianza concreta di ossa di cavallo, che secondo Calasso sono cercate affannosamente dai negatori dell'invasione... veramente, sono piuttosto gli invasionisti che sembrano affannarsi a negare l'esistenza di tali ossa, come risulta dal racconto di Danino a proposito di Hallur in Karnataka, dove sono state trovate ossa di cavallo datate tra il 1500 e il 1300 a.C., un po' troppo presto per un sito dell'India meridionale:

"the excavation (in the late 1960s) brought out horse remains that were dated between 1500 and 1300 BCE, in other words, about the time Aryans are pictured to have galloped down the Khyber pass, some 2,000 [km.] north of Hallur. Even at a fierce Aryan pace, the animal could hardly have reached Karnataka by that time. When K.R. Alur, an archaeozoologist as well as a veterinarian, published his report on the animal remains from the site, he received anxious queries, even protests: there had to be some error regarding those horse bones. A fresh excavation was eventually undertaken some twenty years later — which brought to light more horse bones, and more consternation."

Ma, come scrisse l'archeologo S.P. Gupta nel suo The Indus-Saraswati Civilization, pp.159-163, Bhola Nath, "the most leading archaeo-zoologist of India" già nel 1968 identificò alcune delle ossa da Lothal (sito harappano del Gujarat) come di cavallo domesticato: Equus caballus Linn. Lo stesso riconobbe ossa di cavallo ad Harappa (livello maturo) e a Ropar nel Panjab. Nel 1974 A.K. Sharma identificò le ossa di Surkotada nel Kacch come di cavallo, e l'esperto di reperti equini ungherese Sándor Bökönyi confermò nel 1991 tale identificazione. Danino riporta anche il caso di Mahagara, vicino ad Allahabad, quindi in un'area molto più orientale, dove test al carbonio 14 sulle ossa di cavallo lì rinvenute hanno offerto datazioni tra il 2265 a.C. e il 1480 a.C. E il caso della valle del Chambal in Madhya Pradesh, dove M. K. Dhavalikar oltre alle ossa trovò una figurina di giumenta: "The most interesting is the discovery of bones of horse from the Kayatha levels and a terracotta figurine of a mare. It is the domesticate species (Equus caballus), which takes back the antiquity of the steed in India to the latter half of the third millennium BC."

Insomma, è assodato che nel III millennio a.C., in piena età harappana matura, il cavallo domestico era già ben presente, probabilmente importato, piuttosto che portato da invasori, dei quali gli archeologi (persino occidentali) non danno più conferma. Eppure, Calasso cita i "pochi elementi indubitabili" presentati da Frits Staal (illustre studioso di filosofia, linguistica e ritualismo vedico, ma non proprio uno storico o un archeologo) (pp.29-30): "Più di tremila anni fa, piccoli gruppi di popoli semi-nomadi attraversarono le regioni montuose che separano l'Asia centrale dall'Iran e dal subcontinente indiano. [...] L'interazione fra questi avventurieri centroasiatici e i precedenti abitanti del subcontinente indiano diede origine alla civiltà vedica [...]" In tutto ciò, di 'indubitabile' non c'è niente. Un po' più avanti Calasso avanza tuttavia qualche dubbio sulla recente tendenza degli studiosi che "Per paura di essere accusati di presentarli come bianchi Ariani predatori [...] hanno attenuato e smussato, per quanto potevano, l'immagine degli uomini vedici. Ora non sono più conquistatori che irrompono dalle montagne e mettono a ferro e fuoco il regno degli autoctoni, soggiogandoli crudelmente. Ora sono un gruppo di emigranti che, alla spicciolata, filtrano in terre nuove senza quasi incontrare resistenza, perché la precedente civiltà dell'Indo si è già estinta, per cause non accertabili. Correzione doverosa, corrispondente ai magri dati archeologici, ma talvolta sospettabile di un eccesso di zelo."
Bisogna dire che questa correzione non corrisponde ai 'magri' dati archeologici. Ma Calasso segue le sue fonti accademiche occidentali, per discostarsene però proprio quando mettono in dubbio l'invasione. Cosa da un certo punto di vista ragionevole, dato che è abbastanza inverosimile che un popolo possa prendere il sopravvento senza colpoferire: il fatto è che in questo modo torna al buon vecchio invasionismo ottocentesco.

Con tutto ciò non voglio certo demolire l'opera di Calasso, che mi si prospetta come straordinariamente preziosa in quanto sguardo fresco e inedito sulla civiltà vedica, con punti di vista non accademici che possono rivelare significati profondi. Voglio solo invitare chi, come lui, parla dell'India vedica anche da un punto di vista storico di approfondire il problema e non fermarsi alla versione di professori occidentali solo perché insegnano in università prestigiose. Invito a studiare il punto di vista degli archeologi e studiosi indiani, che magari hanno più voce in capitolo riguardo alla loro storia di quanta ne abbiano tedeschi, francesi o americani. E mi stupisco un po' che chi mostra di amare tanto i Veda come Calasso trascuri la loro versione dei fatti, che non contempla invasioni dall'Asia centrale, e che chi ha pubblicato i classici del Tradizionalismo preferisca adottare l'ottica sull'India dei moderni europei rispetto a quella tramandata per millenni nella terra di Bharata...

lunedì 20 dicembre 2010

Mille sentenze indiane - Enumerazioni 4

891. Il turbamento rivela l'amore; l'aspetto del corpo rivela il cibo; l'educazione rivela la famiglia; il parlare rivela il paese.
892. Il denaro si fa beffe dell'avido, alieno dalle doverose elargizioni; la terra si fa beffe di chi va dicendo:  « la terra è mia »; la vecchiaia si fa beffe di chi accarezza i figliuoli; la morte si fa beffe del re che teme il campo di battaglia.
894. La donna va in rovina per la bellezza, il brammano nel servire il re, le vacche se il pascolo è troppo lontano, l'oro per la cupidigia.
895. Il cigno risplende tra il fogliame del loteto; il leone, nelle caverne montane; il cavallo di razza, sul campo di battaglia; il dotto, fra gli uomini intelligenti.

mercoledì 8 dicembre 2010

L'ardore e la storia


Domenica scorsa è apparso in televisione, a 'Che tempo che fa', Roberto Calasso per parlare del suo ultimo libro: "L'ardore". Stimolante e meritevole impresa di comprensione della civiltà indiana dei Veda. Per ora ho letto solo interviste, presentazioni e brevi brani, e non posso discutere dei contenuti e delle interpretazioni, ma quello che già è emerso con chiarezza è la presentazione del contesto storico dei Veda del tutto in linea con gli stereotipi accademici. Non si può dare la colpa a Calasso di aver seguito le fonti classiche dell'indologia, ma il fatto che uno studio di 15 anni (tanti ha richiesto la preparazione di quest'opera) non abbia fatto emergere le teorie alternative che da più di 15 anni sono state avanzate a proposito degli Arii vedici e del loro rapporto con la civiltà harappana, è significativo e abbastanza triste. Calasso ha dato una presentazione del 'paradosso di Frawley' (lo studioso americano che sostiene una forma dell'identità vedico-harappana): una civiltà materiale (quella harappana) senza parola e una parola (i Veda) senza tracce materiali. Però lo accetta senza riconoscerne l'intrinseca improbabilità, come un affascinante enigma. E' vero che la civiltà vedica ha lasciato poche tracce visibili, i sacrifici vedici non facevano uso di templi e (a parte qualche eccezione) di immagini, ma di capanni e fuochi sacri. D'altro lato, pensare che la civiltà harappana, che occupava un milione di kmq. e comprende centinaia di siti, alcuni molto vasti, e faceva uso di una complessa scrittura, sia scomparsa senza lasciare memoria di sé, è cosa decisamente insostenibile. E così, un'opera che svolgerà un'importante funzione divulgativa sui Veda continuerà a inculcare il solito mito della discesa degli Arii da luoghi misteriosi nel 1500 a.C., portando il cavallo e la ruota con raggi (che invece esistevano anche nella civiltà harappana: sono stati trovati denti di cavallo in vari siti, e la ruota raggiata appare sia come simbolo della scrittura dei sigilli sia nelle linee dipinte su apparenti ruote piene dei carretti di terracotta). E milioni di telespettatori hanno imparato questa versione della storia dell'India e degli Arii come un dato di fatto... non mi presterò anch'io a chiedere un contraddittorio, del resto la trasmissione di Fazio non è un documentario di storia, però sarebbe venuto il momento di poter diffondere versioni più fondate del contesto in cui è cresciuta la civiltà vedica, radice della civiltà dell'India e ramo possente del grande albero indoeuropeo...