lunedì 27 settembre 2010

Costruttori di ponti, costruttori di steccati



Un mese fa ci ha lasciati Raimon Panikkar, celebre filosofo e teologo, prolifico scrittore e promotore del dialogo interreligioso. Un uomo che già in partenza, già nell'aspetto fisico, univa India e Europa, essendo figlio di padre indiano induista e madre catalana cattolica. Questa duplice identità la viveva in modo paradossale, dichiarando: “Non mi considero mezzo spagnolo e mezzo indiano, mezzo cattolico e mezzo hindú, ma totalmente occidentale e totalmente orientale.” Visse in Spagna, in Italia, in India e negli Stati Uniti, venendo così in contatto personale con questi diversi mondi culturali e religiosi.  
Per una sua biografia, si può guardare la pagina del sito a lui dedicato, oppure, più estesamente, i post di Krishna Del Toso. Quello che colpisce, in Panikkar, è il suo unire diverse identità religiose, pur essendo sacerdote cattolico dal 1946: “Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano.” Questa compresenza e non-esclusività lo rendevano un simbolo del dialogo tra culture e religioni, un ponte vivente, oltre che un costruttore di ponti. Agli antipodi dell'esclusivismo religioso che caratterizza gran parte della Chiesa cattolica (nonostante gli encomiabili sforzi per il dialogo), la quale oggi aborrisce il sincretismo, pur avendo in sé elementi di tante culture e tradizioni religiose: tradizione biblica ebraica e filosofia greca, diritto e sacerdozio romano (il pontifex), riti misterici orientali (uso della mitria, Natale il 25 dicembre) e pagani (feste popolari, culti cristianizzati)... tra i santi della Chiesa era incluso anche il 'Bodhisattva', il futuro Buddha, col nome di 'Josaphat' (vedi).
Ma tra i costruttori di steccati non ci sono solo i cattolici conservatori, o i missionari protestanti che sono ancora più drastici nel loro portare il Cristianesimo in altre culture. Ci sono anche intellettuali illuministi e marxisti, che in nome del razionalismo materialista vedono l'Oriente come una minaccia, e cercano di difendere la cultura occidentale da pericolose contaminazioni. Nella prefazione di Edoardo Sanguineti a La grande festa di Vittorio Lanternari (illustre antropologo di inspirazione marxiana), si cita un'intervista del '78, in cui Lanternari si dichiarava preoccupato per la diffusione di uno scrittore come Hermann Hesse (anatema!) tra i giovani della nuova sinistra, che pretendevano di "trapiantare modelli della cultura orientale nella cultura occidentale." Ora, non voglio identificare Lanternari, che come antropologo era un promotore della conoscenza delle altre culture, solo come un costruttore di steccati, ma evidentemente il suo approccio era quello di un rifiuto dell'intromissione della cultura orientale in quella occidentale. Del resto, l'antropologia è nata con l'imperialismo eurocentrico, e ha cercato di conoscere le altre culture come dall'alto, secondo l'ottica della superiore ragione occidentale che studia l'irrazionalità 'primitiva' (come nel dualismo di Lévy-Bruhl). Qualcosa di analogo è accaduto nell'orientalismo nel senso di E.Said, dove l'Oriente è diventato il simbolo dell'irrazionalità, in quanto opposto al razionale Occidente.
E così, sia cattolici che razionalisti si trovano alleati in quella che potremmo chiamare orientofobia, la paura di un mondo diverso, in un certo senso oscuro e demoniaco... Proprio in coloro che vogliono essere più civili e più razionali, riemerge il classico dualismo arcaico tra l'Ordine (rappresentato dalla propria civiltà) e il Caos (rappresentato dall'Altro). Curiosamente, molti orientali (e gli Indiani in particolare) si rivelano molto meno inclini a questo dualismo rispetto agli occidentali. Nella sua apertura Panikkar si è rivelato molto indiano: gli intellettuali indiani, se non sono fondamentalisti o esasperatamente nazionalisti, tendono a pensare generosamente in termini universali e pluralisti, guardando l'umanità come un'unità piena di differenze individuali, ma non divisa in culture inconciliabili. L'India è abituata alla pluralità di filosofie e religioni al suo interno, e ha spesso avuto la tendenza a superare le divisioni in un'unità comprensiva, senza eliminare la pluralità. I maestri spirituali indiani, o tibetani, tendono a sottolineare l'uguaglianza di tutti gli esseri umani nelle esigenze fondamentali, mente gli occidentali continuano a parlare di conflitto di civiltà, di differenze incolmabili tra Oriente e Occidente... L'occidentale tende ad analizzare in categorie astratte, e a combattere o ad assimilare l'Altro. L'indiano (e chi, come il buddhista tibetano, deriva dall'India la visione del mondo) punta il dito su ciò che ci accomuna, più profondo di ciò che ci divide, e propone la sua filosofia come un metodo universale, non come un modo per 'indianizzare' o 'orientalizzare' l'Occidente. L'indiano guarda agli universali filosofici e psicologici, più che alle superficiali differenze culturali. Naturalmente anche l'India ha i suoi nazionalisti (in modo forse sempre più marcato), ma è dagli Inglesi che ha imparato il nazionalismo. Ancora Keyserling, agli inizi del Novecento, sosteneva che gli Indiani erano superiori al nazionalismo. E il più autentico pensiero indiano è universale, come ha dimostrato anche nella diffusione del Buddhismo in mezza Asia e persino del cosiddetto Induismo (nel Sudest asiatico e più recentemente in Occidente).
L'Occidente, soprattutto l'Europa, soffre di sindrome dell'assedio, vittima di un'immigrazione imponente (che per certi versi è un riflusso del colonialismo). D'altro lato, le culture non occidentali hanno un loro appeal sugli occidentali, soprattutto a livello di cultura 'popolare'. Per parlare dell'Asia, abbiamo la diffusione dello yoga e delle arti marziali, dell'Ayurveda e della medicina cinese o tibetana, della meditazione e delle 'filosofie orientali' fino all'autentica adesione religiosa a varie forme dell'Induismo e del Buddhismo. Fenomeni in espansione e ormai apparentemente stabili, che dovrebbero far pensare che il conservatorismo dei costruttori di steccati è condannato alla sconfitta, in un mondo di relazioni sempre più strette, e in un Occidente sempre meno sicuro della propria identità. Infatti, l'identità cattolica o cristiana e quella razionalista-positivista, difese dai conservatori, entrano in crisi, diventano permeabili, spesso vengono abbandonate. Rigurgiti identitari fanno bandiera dei simboli cristiani o etnici (padani...), ma sono operazioni di facciata, che tradiscono una certa artificiosità, sostenuta più dal sospetto per il diverso che da una identità solida, come mostrano anche le opposte iniziative di distruzione dei simboli altrui (rogo del Corano, rifiuto dei minareti o delle moschee). L'Occidente si deve rassegnare al pluralismo che ha spesso avuto la tendenza a rifiutare in nome di una verità assoluta che diventava anche Potere: prima quella dell'Impero romano, poi quella del Papato con la Santa Inquisizione, poi quella dell'imperialismo europeo, o della Scienza illuminista, del Socialismo reale, o anche del Mercato capitalista. Uniformare dall'alto e combattere o assimilare tutto ciò che si oppone. Ma la nuova tendenza non è più quella imperialista (falliti gli ultimi tentativi dell'America di Bush), è quella dello steccato, dell'autodifesa, dell'arroccamento nella propria rassicurante uniformità già data. 
Di fronte a queste scelte fallimentari e ottuse, è bene coltivare un'intelligente apertura, persino senza affermare immaginarie appartenenze identitarie, la cui utilità sembra stare solo nell'autocompiacimento e nel volersi distinguere dagli altri. Riconoscere che ognuno di noi è un individuo unico e al contempo un essere umano (o un essere vivente) come gli altri, e che il conflitto tra civiltà esiste fino a che crediamo in civiltà nettamente distinte e inconciliabili. Possiamo spaziare nelle varie culture, trovando ciò che ci appare più benefico e convincente, senza preclusioni. Persino un antico occidentale come Terenzio (d'altronde d'origine africana) era arrivato a scrivere: homo sum: humani nihil a me alienum puto "Sono un uomo: niente di umano io ritengo a me estraneo"...    

mercoledì 8 settembre 2010

Mille sentenze indiane - Enumerazioni

829. Questi due uomini non sono mai felici nel mondo: chi, senza denari, s'innamora; chi, senza potenza, s'adira.
834. Chi vuole un'amicizia lunga, queste tre cose non faccia: stare a tu per tu, comunanza d'interessi, chiacchierare con la moglie dell'amico.
840. La scienza di chi è troppo modesto; il denaro dell'avaro; la forza del braccio del pauroso - sono tre cose inutili nel mondo.
843. Una notizia che eccita la curiosità; una scienza immacolata; il profumo straordinario del muschio: queste tre cose si diffondono di per sé sulla terra, irresistibilmente, come una goccia d'olio sull'acqua.

mercoledì 18 agosto 2010

La rinascita di Nalanda


Nalanda è uno dei luoghi simbolo della storia dell'India, e dell'Asia intera. Fu forse il centro più internazionale dell'India antica, attivo almeno dal V al XII secolo. Produsse filosofia raffinatissima, capace di parlare ancora all'uomo contemporaneo, e che per certi aspetti è molto più attuale di tanta filosofia occidentale dopo la crisi della metafisica.
Vi si sviluppò infatti la scuola buddhista Madhyamika o della Via di Mezzo, che sostiene la relatività di tutti i concetti convenzionali, e la vacuità di un'esistenza intrinseca, indipendente e oggettiva dei fenomeni (nozione che ha interessato anche la fisica contemporanea). Un'altra scuola che vi fu coltivata fu quella Cittamatra, che sosteneva che tutta la realtà è della natura della mente o coscienza, proponendo la prima forma di idealismo della storia, più di mille anni prima di Berkeley, Fichte o Hegel. A questa scuola apparteneva il pellegrino cinese Xuan Zang, che  studiò a Nalanda nel VII secolo e ci ha lasciato bellissime descrizioni di questa istituzione nel colmo della sua fioritura.
Una di queste fa pensare a una pittura cinese: "Le torri riccamente ornate, e le torrette simili a fate, come cime di colline, sono raccolte insieme. Gli osservatori sembrano persi tra i vapori dell'alba e le stanze superiori sovrastano le nuvole. Dalle finestre si vedono i venti e le nuvole che producono nuove forme e, sopra l'altissima grondaia, l'unione del sole e della luna. Gli stagni, profondi e trasparenti, sono ricoperti di fiori di loto blu e di fiori Kanaka dal colore rosso intenso, mentre gli ubertosi boschetti di manghi diffondono ovunque la loro ombra salutifera. Tutte le corti all'intorno, dove affacciano le stanze dei monaci, sono di quattro piani. I piani sono sottolineati da dragoni aggettanti e cornicioni colorati. Ovunque i pilastri perlacei o rossi, scolpiti e ornati, si alternano alle balaustre riccamente adorne e ai tetti rivestiti con tegole che riflettono la luce in mille sfumature. I Sangharama dell'India sono miriadi, ma questo è il più importante per bellezza e altezza."
Per entrare a Nalanda, bisognava sostenere dei dibattiti di fronte ai 'guardiani delle porte', monaci particolarmente eruditi, e pare che su 10 candidati passassero solo 2 o 3. Xuan Zang così descrive lo svolgersi di corsi e dibattiti: "La giornata intera non è sufficiente a porre quesiti profondi e a rispondervi. Sono occupati nelle discussioni dalla mattina alla sera; gli anziani e i giovani si aiutano l'un l'altro... uomini di cultura, che desiderano acquisire velocemente fama nelle discussioni, vengono in questo luogo da città lontane per risolvere i propri dubbi e permettere al flusso della loro saggezza di dispiegarsi pienamente."
I monaci studiavano le varie scuole del Buddhismo, i testi sacri buddhisti, i Veda, le Upaniṣad, i Purāṇa, la filosofia Vedānta e Saṃkhya, la logica, la grammatica sanscrita, la legge, la medicina, la matematica, l'astronomia, l'astrologia, la magia, le belle arti, il tiro con l'arco, la danza e la musica (informazioni e citazioni tratte da M.L. Di Mattia, Una grande università, nell'enciclopedia Il Buddha, i Luoghi); e dalla biografia di S.H. Wriggings, Xuanzang. Un pellegrino buddhista sulla Via della Seta).
L'università, con la sua biblioteca, subì dei devastanti attacchi con l'arrivo dei conquistatori turco-afghani, in particolare Muhammad Khalji bin Bakhtyar nel 1193, ma la sua fine arrivò secoli dopo, visto che nel 1400 risulta ancora funzionante (http://en.wikipedia.org/wiki/Nalanda#Decline_and_end, confronta anche le interessanti considerazioni critiche, che cercano di ridimensionare iul ruolo distruttivo dell'Islam, di Elverskog, Buddhism and Islam on the Silk Road). Pare anche che la distruzione della biblioteca fu provocata in un'occasione da seguaci del brahmanesimo in seguito a un sacrificio del fuoco (vedi Dwivedi, Evolution of Education Thought, pp.157-8). Possiamo immaginare l'indifferenza o l'ostilità di questi guerrieri mussulmani verso un'istituzione di una religione profondamente estranea al loro modo di pensare (ammesso che ne sapessero qualcosa), che rappresentava un pericoloso centro di riferimento culturale (e di tesaurizzazione) della realtà socio-politica precedente all'arrivo del governo islamico. Si racconta che Muhammad Khalji prima di bruciare l'immensa biblioteca di Nalanda, chiese se vi fosse contenuto anche il Corano, e apprendendo che non c'era passò tranquillo all'opera di distruzione. E' un aneddoto che ricorda quello che raccontò Bar-Hebraeus della distruzione della biblioteca di Alessandria a opera degli arabi, secondo cui il generale ʿAmr ibn al-ʿĀṣ chiese al califfo Omar se dovesse distruggere la biblioteca, ricevendone la risposta che se quei libri contenevano cose già contenute nel Corano erano superflui, se contenevano cose diverse, meritavano di essere distrutti ( vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Library_of_Alexandria, cfr. le critiche e controcritiche di questo aneddoto in http://it.wikipedia.org/wiki/Biblioteca_di_Alessandria#Distruzione_della_biblioteca). E' significativo come la religione del Libro possa condurre a distruggere biblioteche (è accaduto anche nel caso del cristianesimo con il Serapeo di Alessandria) da un angolo all'altro del mondo (una discussione di questi episodi in relazione a eventi ben più recenti si può trovare in un post dello scrittore indiano Muhammad Hussain).
Questo non significa che ciò sia un corollario necessario dell'Islam, e che ogni mussulmano avrebbe condiviso tale opera di distruzione: come è noto, gli arabi studiarono i libri dei filosofi greci, e Al Biruni, intorno al 1000, aveva studiato approfonditamente la scienza e la filosofia dell'India, accennando anche alla sua componente buddhista. Celebre è anche l'hadith secondo cui il profeta Muhammad aveva detto che merita cercare la conoscenza persino in Cina...



Recentemente su Repubblica.it Bultrini ha scritto del progetto di costruire una nuova università presso le rovine di Nalanda (vedi foto), come simbolica rinascita dell'istituzione antica (www.repubblica.it/esteri/2010/08/05/news/universita_budda-6080165/?ref=HREC2-11http://).
L'idea è interessante, perché vuole costituire un istituto accademico alternativo a quelli occidentali, finanziato da Singapore, Cina, India e Giappone, ma anche probabilmente da Australia e Nuova Zelanda, che evidentemente si sentono vicini alla causa asiatica (vedi articolo del Times of India).
Un particolare suggestivo è che tale progetto pare che sia stato ideato anche dal precedente presidente dell'India, il mussulmano Abdul Kalam, particolarmente sensibile al tema dell'istruzione(http://en.wikipedia.org/wiki/Nalanda_International_University). Le materie di studio dovrebbero essere studi buddhisti, filosofia e religioni comparate; studi storici; relazioni internazionali e (scienze per la) pace; business management e sviluppo; lingue e letteratura; ecologia e studi ambientali. C'è quindi un nesso col passato tradizionale di Nalanda e un'apertura verso studi d'avanguardia molto attuali. Un singolare ibrido, che in qualche modo continua la varietà di discipline dell'antica Nalanda, anche se la sua finalità e struttura si rivelerebbe molto diversa, decisamente 'secolare' (non per nulla coinvolge anche Amartya Sen, che già voleva estromettere il Dalai Lama dal progetto), traendo dall'antica istituzione forse solo una vaga ispirazione e una patina di nobiltà, ma offrendo anche un'interessante prospettiva per lo sviluppo di una nuova cultura indiana e asiatica. Se sarà solo una copia del modello occidentale, ce lo mostrerà la sua realizzazione.

lunedì 26 luglio 2010

Mille sentenze indiane - Viaggi

793. L'uomo che non viaggia per vedere tutta la terra, piena di tante meraviglie, è come un ranocchio nella sua pozzanghera.
794. A chi non viaggia per i paesi, a chi non frequenta i dotti, l'intelletto si restringe come una goccia di burro sull'acqua. Ma a chi viaggia per i paesi, a chi frequenta i dotti, l'intelletto si allarga, come una goccia d'olio sull'acqua.

domenica 13 giugno 2010

Una prova genetica di una migrazione dall'India all'Europa


E' stato pubblicato online l'importante articolo del genetista americano  P.A. Underhill (et alia) sul gruppo genetico R1a (http://www.scribd.com/doc/23322591/Underhill-Et-Al-2009-Separating-the-Post-Glacial-Coancestry-of-European-and-Asian-Y-Chromosomes-Within-Hap-Lo-Group-R1a).


La mappa in verde qui sopra mostra la frequenza dell'aplogruppo R1a1a-M17, quella in rosso l'età calcolata in diverse regioni dell'Eurasia. Appare chiaramente che l'area più antica comprende il Sind e il Gujarat, con un'espansione verso ovest che trova nuove apparenti aree di irradiazione nel Caucaso e in Polonia. Si dice nell'articolo: “Analysis of associated STR diversity profiles revealed that among the R1a1a*(xM458) chromosomes the highest diversity is observed among populations of the Indus Valley yielding coalescent times above 14 KYA (thousands of years ago), whereas the R1a1a* diversity declines toward Europe where its maximum diversity and coalescent times of 11.2 KYA are observed in Poland, Slovakia and Crete.”
Quindi, nella valle dell'Indo l'aplogruppo R1a1a risulta più antico del 12000 a.C., mentre in Polonia, Slovacchia e Creta risalirebbe al 9200 a.C. circa.
Ancora: “Also noteworthy is the drop in R1a1a* diversity away from the Indus Valley toward central Asia (Kyrgyzstan 5.6 KYA) and the Altai region (8.1 KYA) that marks the eastern boundary of significant R1a1a* spread”.
Quindi, nel Kirghizistan, che pure ha un'alta percentuale di individui portatori di R1a1a, l'antichità di questo aplogruppo appare risalire solo al 3600 a.C., nell'Altai al 6100 a.C.
Quindi, sulla base di questi calcoli arriviamo alla conclusione che una popolazione sudasiatica si diffuse prima verso l'Europa, e più tardi verso l'Asia centrale. Non c'è dunque una migrazione antica dall'Europa verso l'Asia meridionale, o dall'Asia centrale verso quella meridionale, ma l'opposto. 
Se vogliamo collegare l'aplogruppo R1a1a con gli Indoeuropei, idea che rimane attraente, visto che sembra essere il solo aplogruppo che unisce con frequenze significative Indoarii, Iranici, Anatolici, Greci, Slavi e Germanici (meno i parlanti lingue romanze o celtiche), dovremmo ammettere che l'origine degli Indoeuropei è nell'Asia meridionale, e non in Europa orientale. Qui, troviamo una mutazione dell'aplogruppo, chiamata da Underhill R1a1a7:
“In Europe a large proportion of the R1a1a variation is represented by its presently identified subclade R1a1a7-M458 that is virtually absent in Asia. Its major frequency and relatively low diversity in Europe can be explained thus by a founder effect that according to our coalescent time estimation falls into the early Holocene period, 7.9±2.6 KYA. The highest regional date of 10.7±4.1 KYA among Polish R1a1a7 carriers falls into the period of recolonization of this region by Mesolithic (Swiderian and subsequent cultures) settlers. […] It should be noted, though, that the inevitably large error margins of our coalescent time estimates do not allow us to exclude its association with the establishment of the mainstream Neolithic cultures, including the Linearbandkeramik (LBK), that flourished ca. 7.5-6.5 KYA BP in the Middle Danube (Hungary) and was spread further along the Rhine, Elbe, Oder, Vistula river valleys and beyond the Carpathian Basin.”
Quindi, sembra che l'R1a1a7 sia sorto in Polonia tra il 12800 e il 4600 a.C., in una cultura che può essere quella mesolitica o quella neolitica della ceramica lineare che si diffuse tra Ungheria, Balcani, Germania e Polonia (http://it.wikipedia.org/wiki/Cultura_della_ceramica_lineare). In tal modo, il popolo portatore dell'R1a1a nell'Europa orientale può essere associato alla rivoluzione neolitica in quest'area.

L'antichità di questa subclade e la sua assenza in Asia mostrano che non c'è stata migrazione dall'Europa all'Asia centrale in tempi recenti: “Although the R1a1a* frequency and diversity is highest among Indo-Aryan and Dravidian speakers, the subhaplogroup R1a1a7-M458 frequency peaks among Slavic and Finno-Ugric peoples. Although this distinction by geography is not directly informative about the internal divisions of these separate language families, it might bear some significance for assessing dispersal models that have been proposed to explain the spread of Indo-Aryan languages in South Asia as it would exclude any significant patrilineal gene flow from East Europe to Asia, at least since the mid-Holocene period.”

Poiché il periodo del medio Olocene è intorno al 4000 a.C., ciò significa che dopo quell'epoca, che è il limite minimo per l'origine della subclade R1a1a7, non possiamo supporre una migrazione dall'Europa all'Asia centrale e meridionale, e questo confuta tutte le teorie che suppongono che il popolo Kurgan della regione del Mar Nero andò verso l'Afghanistan durante la civiltà di Battriana e Margiana (BMAC, del III-II mill. a.C.) e poi in India (II mill. a.C.).
D'altro lato, la migrazione del popolo dell'R1a1a dall'Asia meridionale all'Europa appare molto più antica di quanto si è ipotizzato normalmente per la diffusione delle lingue indoeuropee, prima dell'età del Bronzo, durante il periodo mesolitico o neolitico. Quindi, se colleghiamo l'R1a1a con i parlanti indoeuropeo, dobbiamo antedatare questa diffusione, e vedere gran parte dell'Europa neolitica come già indoeuropea, rovesciando la teoria di Gimbutas sull'Europa antica, pre-Kurgan, come un mondo agricolo pacifico non indoeuropeo. D'altronde, anche un sostenitore dell'ipotesi Kurgan come Villar ha riconosciuto nella toponimia iberica uno strato indoeuropeo risalente all'epoca neolitica. Quanto all'Alteuropäisch del Krahe, ovvero quella terminologia che si trova solo nelle lingue indoeuropee d'Europa centrale e occidentale, ma non in greco o in sanscrito, potrebbe essere legata al popolo dell'R1a1a7, che, significativamente, è assente anche in Grecia. Tale data antica dell'arrivo dei portatori dell'R1a1a e delle lingue indoeuropee contraddirebbe comunque la teoria della continuità paleolitica di Alinei e Costa, perché attribuirebbe le culture paleolitiche a popolazioni preindoeuropee.
D'altronde, non tutto l'R1a1a in Europa è R1a1a7, quindi forse non possiamo escludere successive migrazioni di popoli dall'Asia all'Europa, portando le lingue indoeuropee (tra cui il greco, molto più vicino al sanscrito o all'iranico di altre lingue europee): abbiamo esempi di migrazioni in Europa di popoli iranici come Sciti, Sarmati e Alani, e dei Rom e Sinti indiani, anche in tempi storici.

Mille sentenze indiane - Dolore e Gioia.

765. Chi si affligge per un morto o per una cosa perduta o per una cosa passata, aggiunge dolore a dolore e soffre doppio danno.
766. Chi dà un dolore ad altri, soffre poi un dolore più grande; perciò chi teme il dolore, non deve dar dolore ad alcuno.
771. Quanti legami cari al cuore l'uomo via via stringe, altrettante spine di dolore gli si ficcano via via nell'anima.
773. I giorni terminano col tramonto e coll'aurora termina la notte; la gioia finisce sempre in dolore, e il dolore in gioia.
776. Qua suoni di liuto, là pianti e lamenti; qua concioni di dotti, là risse di ubriachi; qua una graziosa donna, là un corpo cadente per vecchiezza; non so se questo mondo sia fatto di ambrosia o di veleno.
779. Forse che nel mondo la gioia e il dolore sono due cose proprio diverse? Per mancanza di discernimento si stabilisce una netta separazione fra gioia e dolore. Ma v'è uno stato di mente, vittorioso, degli uomini di alto sentire, per il quale il dolore non è dolore e la gioia non è gioia.

domenica 23 maggio 2010

Mille sentenze indiane - Pregi e Difetti

756. Dei pregi degli uomini di fa conto, non della sola nascita; per un vaso di cristallo incrinato non si dà nemmeno un quattrino.
757. Più di un pregio, risalta in noi un difetto: si suole badare più alle macchie della luna che alla sua chiarità.
758. In un uomo ricco di cento pregi, il maligno scorge l'unico difetto; in un laghetto (ricco) di loti il cinghiale va a cercare solo il fango.
762. Un uomo senza pregi non intende chi ne ha; chi è dotato di pregi, è invidioso di altri che pure ne possiede; raro è l'uomo retto che, ricco di pregi, gode dei pregi altrui.