sabato 25 luglio 2009

Mille sentenze indiane - Generosità. Benefattori.


496. Si viene in onore coll'elargire le ricchezze, non coll'ammassarle; i nuvoli, datori di acque, stanno in alto; il mare, che le acque raccoglie, sta in basso.

497. Qual uomo non vive in questo mondo per il bene proprio? ma solo chi vive per il bene altrui, vive veramente.

498. I fiumi non bevono le loro acque; gli alberi non mangiano i loro dolci frutti, né le nubi le mèssi; la ricchezza dei buoni va tutta a vantaggio altrui.

504. Il concedere la vita ad una sola creatura val più che donare ogni giorno un migliaio di vacche a mille brammani.

523. Si faccia omaggio al generoso, anche se di bassa nascita, non al grande, dal quale nulla si ottiene: vedi, chi ha bisogno d'acqua, lascia stare l'oceano e si rivolge al pozzo.

domenica 12 luglio 2009

Un ricordo di Ashoka

Chi era Ashoka? Sicuramente uno dei più significativi sovrani della storia umana, e il più celebre della dinastia Maurya che regnò sull'India settentrionale per 140 anni (quanto gli Inglesi, nota il Wolpert nella sua Storia dell'India). Ashoka regnò dal 269 al 232 a.C., e la sua politica conobbe una svolta nel 261, dopo la sanguinosa conquista del regno di Kalinga (attuale Orissa), che pare abbia toccato profondamente il sovrano, fino a indurlo a convertirlo ai principi non-violenti del Buddhismo, che lui iniziò a propagandare su editti (incisi su pietra e colonne), presentandoli come principi etici universali.
Alla fine di un interessante libello dell'indologo (professore di sanscrito a Roma dal '31 al '41) Carlo Formichi, "Apologia del Buddhismo", che ho nella seconda edizione del 1925, si trova un appassionato elogio di Ashoka, come esempio di riuscita applicazione dei principi buddhisti alla vita sociale e politica. Scrive il Formichi, introducendo l'argomento:

Dopo più di due millenni le rocce e le colonne incise dalla fede del grande Imperatore proclamano ancora all'umanità le leggi eterne della morale e ci parlano un linguaggio che sembra quello della nostra coscienza emancipata dalle pastoje del tempo e dello spazio. Noi veneriamo, noi ci prosterniamo dinanzi all'India che dal suo suolo ha ridato alla luce gli editti di Açoka. È una terra benedetta, è il paese sacro all'avvenire.

Come prova dell'adozione di una politica di pace invece che di conquista, in un'attitudine di amore universale che supera la nozione stessa di nemico, si può citare uno dei due editti ai Kalinga (le citazioni sono dal testo di Formichi):
Tutti gli uomini sono miei figliuoli: e così come desidero che i miei figliuoli godano d'ogni sorta di prosperità e felicità in questo e nell'altro mondo, del pari bramo lo stesso per tutti gli uomini.
I popoli confinanti non abbiano paura di me, e sappiano ch'io desidero recar loro gioia
non già afflizione, e avrò con loro tutta la pazienza possibile.
L'editto forse più impressionante per un moderno, per la sua limpida formulazione della tolleranza religiosa, è il dodicesimo su pietra, che recita:
Sua Maestà il re santo e grazioso rispetta tutte le confessioni religiose, ma desidera che gli adepti di ciascuna di esse si astengano dal denigrarsi a vicenda. Tutte le confessioni religiose vanno rispettate per una ragione o per l'altra. Chi disprezza l'altrui credo, abbassa il proprio credendo d'esaltarlo.
Nonostante la tolleranza, Ashoka mantenne severità nelle punizioni, anche in modi che a noi appaiono eccessivi (e certamente incoerenti con l'insegnamento non-violento del Buddha), ammettendo la pena di morte, perfino - riporta il Formichi - per chi in certi casi non pagava le tasse, mentre lo spergiuro e il furto erano puniti con la mutilazione. D'altro canto, in un altro celebre editto si dichiarava la limitazione dell'uccisione di animali per le mense di corte, e se ne prefigurava la cessazione completa. In un altro, il sovrano rende noto di aver fondato stabilimenti per ricoverare, curare, distribuire medicinali, soccorrere i poveri, gli infermi, i pellegrini, ha provveduto sulle vie carovaniere pozzi, alberi fruttiferi e frondosi per nutrire e dare ombra.
Quello che è particolare nella politica di Ashoka, è che non si limita alle punizioni, ma vuole promuovere la Legge, il Dharma, la norma etica universale tramite gli editti e i funzionari, i 'supervisori della legge' (dhammamahāmatta). Come dichiara negli editti su colonne:
Dopo ventisei anni dalla mia consacrazione è cresciuto, in grazia alle mie istruzioni, l'amor della gente per la Legge di pietà e sempre più crescerà. [...] Eccelsa è la Legge di pietà. Essa consiste in poco peccato e molte opere buone, nella compassione, nella liberalità, nella veracità e nella purità. [...] Perché gli uomini si conformino ai precetti della Legge di pietà, è necessario che la conoscano, sieno in essa bene istruiti. Perciò ho inviato dappertutto nel mio regno Commissari a predicare la Legge di pietà e ad istruire in essa la gente, ed ho fatto inscrivere su colonne i santi precetti.
Tutto ciò può apparire eccessivamente paternalista e proprio dell'aborrito 'Stato etico', eppure ancor oggi usiamo 'pubblicità progresso' per istruire il popolo, propagandiamo valori e principi di tolleranza e civiltà. Forse l'eticismo illuminato di Ashoka è più realistico del liberalismo amorale e utilitarista, e il semplice giustizialismo non può dare una forma valida alla società umana, senza l'affermazione di un sistema di valori condiviso che dia un'indicazione del senso ideale della vita in comune, nel rispetto del pluralismo.

domenica 28 giugno 2009

Mille sentenze indiane - Ospitalità

475. Anche se un uomo di bassa condizione càpita nella casa di uno di alta casta, deve essere onorato a dovere; l'ospite rappresenta tutti quanti gli dèi.

482. Quando fa caldo, acqua fresca; quando fa freddo, fuoco; quando piove, la casa a riparo; in ogni tempo, cibo.

483. Paglia (per giaciglio), terra (per stanza), acqua (per le abluzioni) e per quarta cosa una parola gentile, non fanno mai difetto nelle dimore dei buoni.

486. Persino ad un nemico, che si presenti in casa nostra, non si deve negare l'ospitalità: anche a chi viene per reciderlo, l'albero non rifiuta la propria ombra.

491. Colui che non fa devotamente onore a un ospite stanco del cammino, sconosciuto, tormentato dalla fame e dalla sete, viene detto "uccisore di un brammano".

Notizie indologiche

http://nalandainternational.org/IndusConference/indusconference.htm


Alcune novità nel mondo indologico, scoperte in rete.


Il 21-22 febbraio 2009, presso la Loyola Marymount University, a Los Angeles, si è tenuta una conferenza internazionale intitolata "The Sindhu-Sarasvati Valley Civilizations:A Reappraisal" (qui sopra il link e le immagini collegate), con alcuni dei più importanti 'nomi' dell'archeologia indiana sia dall'India sia dagli Stati Uniti: S.R. Rao, R.S. Bisht, Kenoyer e Shaffer. Inoltre, c'era un grande esperto della questione dell'invasione aria quale Edwin Bryant e anche uno studioso greco, Kazanas, uno dei pochi occidentali critici della teoria dell'invasione e della cronologia ufficiale dei Veda. Quello che è interessante in questa conferenza è appunto la sua apertura a posizioni considerate eretiche dall'establishment accademico anche americano, e fa ben sperare per un'apertura del dibattito e per quella Grande Transizione che vari indizi suggeriscono essere in corso: dal vecchio modello ad uno nuovo, non più basato sulla teoria aprioristica dell'invasione o migrazione aria in India.




Uno dei motori della Transizione è certamente Koenraad Elst, indologo belga che ha anche recensito, sul suo blog (http://koenraadelst.blogspot.com/), un nuovo libro di Shrikant Talageri, pubblicato nel 2008, su Rigveda e Avesta, che dà una formulazione basata (tra le altre cose) su questi due testi della teoria secondo cui gli Indoeuropei sono originari dell'India, tramite la tribù indoaria dei Druhyu, emigrata dal Nordovest del subcontinente verso l'Europa, laddove gli Iranici sarebbero derivanti dalla tribù indoaria degli Anu. Mi riservo di leggere personalmente questo nuovo parto dell'energico studioso indiano per dare un giudizio, anche se trovo almeno in parte convincente il suo precedente libro del 2000 (The Rigveda: A Historical Analysis).




mercoledì 17 giugno 2009

Mille sentenze indiane - I Buoni


466. Come ti è cara la vita, così è cara alle altre creature: vedendo dappertutto sé stessi, i buoni esercitano la compassione.

467. I buoni esercitano la compassione anche verso creature prive di pregi: la luna versa il suo chiarore anche sulla capanna del paria.

468. Ricordano i buoni i benefizi ricevuti, non gli atti ostili; adoprandosi a vantaggio altrui, non si aspettano ricompensa.

469. Per vantare i proprî meriti, per chiedere ad altri, per respingere una preghiera - la lingua dei buoni non si sa muovere.

471. Nemmeno la cattiva compagnia fa cattivi i buoni; per quanto ci si avvoltolino i serpenti, l'albero di sandalo non diventa velenoso.

venerdì 12 giugno 2009

Britannici e Indiani a confronto sul concetto di 'Aryan'

Come ha scritto Koenraad Elst, vivace indologo fiammingo, in Asterisk in Bhāropīyasthān, recente (del 2007) raccolta di scritti sul dibattito riguardo all'invasione aria dell'India, la teoria che sosteneva tale invasione giustificò la presenza dei britannici tra i loro 'cugini ariani' in India, trattandosi semplicemente della seconda ondata di insediamento ario in quella regione. Tale teoria fornì un modello fondamentale della sorgente visione del mondo razzista: 1) i dinamici bianchi entrarono nella terra degli indolenti nativi scuri; 2) essendo superiori, i bianchi stabilirono il loro dominio e imposero la loro lingua ai nativi; 3) essendo consci della razza, stabilirono il sistema castale per preservare la loro separatezza razziale; 4) ma essendo insufficientemente fanatici riguardo alla loro purezza razziale, qualche mescolamento con i nativi ebbe luogo lo stesso, rendendo gli Ariani indiani più scuri dei loro cugini europei e corrispondentemente meno intelligenti e dinamici; 5) quindi, per il loro bene potevano elevarsi grazie a una nuova ondata di puri colonizzatori ariani (op. cit., p.74).
Come questa descrizione non sia esagerata, lo mostra un brano citato da D.K. Chakrabarti in The Battle for Ancient India. An Essay in the Sociopolitics of Indian Archaeology (New Delhi 2008), dove l'esploratore A.C.L. Carlleyle scrive nel 1879:
We British Europeans are Aryans, and far more pure and genuine Aryans than the Hindus, and no talk of the Hindus can alter our race [...] It is the Hindus who have altered and deteriorated, and not we! The Hindu has become the coffee dregs, while we have remained the cream of the Aryan race. [...] The Hindu has become a sooty, dingy-coloured earthen pot, by rubbing against black aborigines rather too freely; and he consequently pretends to despise the white porcelain bowl.
Quello che colpisce in questo brano, oltre al razzismo esplicito e offensivo, sono le allusioni al disprezzo da parte degli 'Hindu'. Tanto astio appare una risposta piena di risentimento verso accuse di degenerazione da parte degli Indiani verso gli Inglesi. In effetti, nella tradizione indiana, molti popoli stranieri, tra cui i Persiani e i Greci (Yavana) erano considerati Kshatriya (membri della casta guerriera) degenerati per il loro abbandono del puro Dharma (la legge morale e religiosa), ed è possibile che gli Indiani dell'epoca applicassero tale antica nozione anche agli Inglesi, dopo aver accettato la parentela dei parlanti lingue indoeuropee. Il razzismo che esalta la propria superiore purezza evidente dal biancore della pelle sembrerebbe la risposta britannica a un disprezzo morale da parte degli Indiani: risposta piuttosto puerile, e che manifesta l'ottica decisamente materialista che sostiene il razzismo.
Molto diverse sono le conclusioni a cui arriva, dallo stesso concetto di 'Aryan', inteso però principalmente in senso linguistico, uno studioso indiano, Pandit Lachhmi Dhar Kalla, che pubblicò nel 1930 The Home of the Aryas, dove sostiene, con varie ragioni (tra cui quella dell'unitarietà tra accento vedico e protoindoeuropeo), che la patria originaria degli 'Aryas', ovvero i Protoindoeuropei, era l'Himalaya nordoccidentale. Nella conclusione, a p.106 e 107, afferma che gli Arii in passato hanno sempre sostenuto una sintesi con le razze che hanno incontrato: in India ci hanno dato il concetto del Bharata Varsha, l'India unita di tutte le razze (anche dravidici e munda) e in Occidente si sono uniti con le razze non-arie (gli indigeni europei) e le hanno elevate al livello della loro cultura. Per il futuro dell'India, prospetta anche un'unione con i 'gruppi culturali semitici' (rappresentati dai Musulmani e pare anche dai Cristiani) che chiama Neo-Hindustan. Alla fine, si lancia in un panegirico dell'azione unificatrice degli Arii:
After centuries of work, the Aryas have now prepared the world for such a larger unity of mankind by creating a common mentality in different races through the diffusion of the Aryan language in distant parts of the world. [...] We must thank the ancient Arya, the 'Indo-European' man, who thus long ago laid the foundations of the unity of the East and the West, and took the fire of his civilization to every home he could find.
Vediamo qui come il concetto di 'Aryan', che indica l'indoeuropeo ma porta con sé un'idea di nobiltà, potesse essere usato in senso non razzista, affermando una superiorità culturale che non porta però alla propria autosegregazione, ma ad un'unione con le altre razze e culture. Oggi anche una tale esaltazione culturale degli Indoeuropei appare pericolosa e inaccettabile (del resto lo stesso Kalla afferma di non voler ignorare il valore culturale dei Semiti e dei Cinesi), ma può essere ancora valido il richiamo a una cultura condivisa dai parlanti indoeuropeo, antico ponte tra alcuni popoli d'Oriente (Indiani e Iranici) e molti d'Occidente.
Particolarmente valida ci pare in particolare l'idea che gli Indoeuropei si siano fusi in Occidente con popoli locali non indoeuropei (perché gli 'aborigeni' dovrebbero essere sempre neri?), tra cui i Britannici, che geneticamente sono tra i più lontani dal panorama genetico degli Indiani, degli Iraniani, degli Slavi e dei Balti. Insomma, considerando questi i popoli più pienamente indoeuropei, i Britannici, anche dal punto di vista 'razziale' del Carlleyle, non risultano proprio "far more pure and genuine Aryans than the Hindus". In effetti, è veramente paradossale che un termine indo-iranico come 'arya' sia stato fatto proprio da popoli nordeuropei per poi pretendere di essere loro i veri 'arya'! Del resto, gli imperialisti non potevano certo concedere ai colonizzati e agli 'orientali' l'onore di costituire il popolo dei 'nobili'...

domenica 31 maggio 2009

Mille sentenze indiane - I Nobili e i Vili - 4

441. « Chi sei tu, rosso di occhi, di becco e di piedi? » - Un cigno reale. - « Donde vieni? » - Dal lago Mânasa. - « Che c'è laggiù? » - Cespugli di loti d'oro, acqua come l'ambrosia, perle a mucchi, gemme e coralli, germogli di berillo. - « E non ci sono chiocciole? » - No. - Avendo così udito, gli aironi fecero: « Ohibò, ohibò! »

444. Il cigno non risplende in mezzo a uno stuolo di cornacchie; il leone, in una torma di sciacalli; il cavallo di razza, in un gruppo di asini; il dotto, tra gli analfabeti.

448. Bene hanno fatto i cuculi a tacere al sopravvenire delle piogge; là dove gli oratori sono i ranocchi, è bello il silenzio.

449. Il cuculo beve il divino succo del mango, e non sʼinsuperbisce; il ranocchio beve l'acqua fangosa, e gracchia d'orgoglio.

459. Nessuno, nei tre mondi, fa attenzione a chi se ne sta mogio mogio; dovunque la gente sʼinchina a chi fa del chiasso, non alla virtù.